| Flavia Cumoli
Economia atlantica, Impero, Europa.
La «periferia» irlandese
in prospettiva storica
|
Permeata di forti connotazioni
antagonistiche, la dimensione del rapporto
centro-periferia ha convenzionalmente portato
a considerare l’Irlanda come mera
controparte della Gran Bretagna. Costruendo
la propria immagine all’ombra del
più grande, più potente e
più ricco vicino, le narrazioni storiografiche
prevalenti – in Irlanda, così
come sulle due sponde atlantiche del bacino
di influenza degli studi irlandesi –
la pongono di volta in volta o in termini
di opposizione subordinata ad un centro
dispoticamente responsabile della propria
posizione periferica, o lungo il presunto
percorso lineare dell’affannosa rincorsa
che dall’arretratezza conduce alla
modernità.
L’Irlanda costituisce, ai confini
dell’Europa, una piccola economia
aperta altamente dipendente dal commercio
e dall’investimento internazionale.
L’asse portante della seconda metà
del Novecento, che sta alla base del suo
recente miracolo economico, è stata
la tendenza a modernizzare il paese attraverso
lo sviluppo industriale e a divenire più
pienamente integrata nella comunità
internazionale. L’economia ha vissuto
una decisiva crescita dopo secoli di stasi
e difficoltà. Di conseguenza l’Irlanda
è ora tra i paesi europei con i più
alti standard di vita. Molti processi hanno
contribuito a questa trasformazione, ma
di capitale importanza restano le politiche
adottate dal governo irlandese per adeguarsi
ai cambiamenti avvenuti nella politica economica
internazionale. Dopo il fallimentare periodo
di isolazionismo economico che ha seguito
la nascita del nuovo Stato, la politica
di modernizzazione ha infatti cambiato fondamentalmente
il ruolo dell’Irlanda nell’economia
globale, riflettendo – agli occhi
di molti – il superamento dello status
coloniale e la transizione dalla periferia
al centro della produzione capitalistica
mondiale. Una così rilevante e necessaria
trasformazione ha peraltro comportato nuove
tensioni associate alle più complesse
strutture socio-economiche che ha creato.
In questo contesto, è necessario
prendere le distanze da un’analisi
storico-geografica del passato irlandese
che vede lo sviluppo dell’isola in
maniera a-contestuale e muovere verso una
più analitica geografia dello sviluppo
dell’isola che tenga conto della dialettica
tra la cornice del sistema globale e le
trasformazioni a livello locale. Se l’Irlanda
è insomma comunemente percepita e
dipinta come costituente una regione periferica
– o, più appropriatamente,
due regioni periferiche – all’interno
del contesto britannico, europeo e atlantico,
questa «perifericità»
economica non può essere vista come
meramente geografica, determinata appunto
essenzialmente dalla marginalità
rispetto ad una economia europea in cui
la prosperità ed il dinamismo economico
sono fortemente concentrati nella regione
centrale alla quale si fa riferimento come
«triangolo d’oro» [1].
Cercherò qui di riprendere alcuni
spunti dai contrastanti punti di vista sul
problema della perifericità irlandese,
per poi proporre una selezione di temi che
sembrano emergere con maggior vivacità
nel dibattito storiografico dell’ultimo
decennio.
Inevitabile dunque partire da un tentativo
di bilancio dell’intenso dibattito
internazionale sviluppatosi intorno all’eccezionalità
della portata, della velocità e delle
dimensioni del «miracolo economico»
che l’Irlanda sta attualmente attraversando.
A separare, in maniera apparentemente drastica,
i dominanti toni euforici dei celebratori
della crescita, dalle fosche e minoritarie
critiche dei suoi detrattori, non è
solo la distanza politica. Da una breve
analisi scaturisce in modo evidente che
questo dualismo, lungi dall’essere
presente solo per la fase attuale, è
tratto comune dell’interpretazione
del recente e remoto passato. La linea di
frattura, che emerge in maniera ancor più
manifesta nella ricerca delle cause del
plurisecolare sottosviluppo irlandese, si
staglia lungo le direttrici del rapporto
gerarchicamente conflittuale tra le due
isole britanniche. Resta infatti fissa ed
immutata la centralità della coppia
oppositiva Inghilterra / Irlanda, che traduce
il rapporto di contrapposizione centro-periferia
nelle sue diverse dimensioni geostoriche:
quella regionale che vede nel Canale d’Irlanda
l’elemento separatore portante, simbolico
di più profonde divisioni interne
alle due isole; quella che si colloca sulla
scala delle rotte commerciali atlantiche;
e infine quella che delinea, sullo sfondo
globale del moderno capitalismo coloniale,
fluttuanti spazi diasporici.
Con l’aprirsi della
riflessione storiografica a geografie sempre
più ampie e articolate, si è
evidenziata la necessità di una nuova
impostazione dell’analisi e di nuovi
paradigmi che, ripensando lo strutturalismo
del modello centro-periferia, oltrepassino
tanto il dualismo assoluto e sterile dell’anglocentrismo
quanto la lettura dello sviluppo economico
irlandese interamente dominata da una visione
lineare del processo di modernizzazione.
Prima di seguire le tracce delle diverse
estensioni geografiche cui la polarità
centro-periferia ha dato via via forma,
l’analisi nel lungo periodo dello
sviluppo economico irlandese, nel quale
lo studio dei recenti successi ha introdotto
innovazioni significative nella ricerca,
appare un opportuno punto di partenza per
mettere in relazione alcuni orientamenti
storiografici con le opportunità
e le resistenze create dalla globalizzazione.
Dalla periferia al
centro?
L’attuale rapido processo di integrazione
economica non è un fenomeno nuovo.
È infatti la ripresa di un processo
– iniziato alcuni secoli fa –
che si era interrotto nel periodo tra i
due conflitti mondiali. La liberalizzazione
del commercio e dei flussi di capitale nel
corso degli ultimi cinquant’anni ha
riportato l’economia mondiale ad un
più alto livello di integrazione;
quello che rende perciò notevole
e diverso il processo di integrazione economica
mondiale è la scala e la velocità.
Tutto ciò è riscontrabile
nell’analisi di lungo periodo della
piccola economia aperta irlandese. La dimensione
economica del colonialismo a partire dal
XVI e XVII secolo ha avviato l’incorporazione
dell’Irlanda nel moderno sistema di
capitalismo mondiale [2].
Qualsiasi tentativo di spiegazione del
recente successo dell’economia irlandese
non può infatti prescindere dall’analisi
dello sviluppo nel lungo periodo, vale a
dire dall’incorporazione dell’Irlanda
quale parte essenziale del sistema economico
regionale britannico. Occorre tener presente
che il Regno Unito ha rappresentato per
l’Irlanda la dimensione economica
attorniante fino a ben oltre la seconda
guerra mondiale. L’indipendenza politica,
raggiunta nel 1922, ha avuto un significato
piuttosto modesto per lo sviluppo economico
irlandese e per l’Irish Free State
(che diverrà poi Repubblica d’Irlanda
nel 1949) che ha continuato a fungere da
economia regionale delle isole britanniche.
A partire dai tardi anni Cinquanta l’accelerarsi
dei processi di globalizzazione ed internazionalizzazione,
insieme con il perseguimento di un’aggressiva
strategia internazionale di modernizzazione
e crescita economica, hanno prodotto cambiamenti
profondi. Malgrado sia entrata nel 1973
nella Comunità economica europea
come uno degli Stati economicamente meno
avanzati, l’Irlanda vanta oggi la
reputazione di «tigre celtica»
dovuta alla rapida crescita dell’economia
avviatasi negli anni Novanta. La partecipazione
nella Unione Europea ha accelerato il passaggio
dalla dipendenza economica dalla Gran Bretagna
ad una relazione di interdipendenza. Per
alcuni studiosi, dunque, «l’Europa
simboleggia la fine dell’impero e,
quindi, l’obsolescenza dell’antica
diatriba anglo-irlandese» [3].
Passando alla dimensione interna, l’attuale
grado di similarità tra le strutture
economiche di Gran Bretagna, Irlanda del
Nord e Repubblica d’Irlanda nasconde
il fatto che, fino a tempi relativamente
recenti, profonde differenze sono sussistite
tra le due isole britanniche, così
come tra la regione dell’Ulster e
le 26 contee meridionali irlandesi [4]. Nel
corso del XIX secolo, la regione di Belfast
in particolare ha vissuto una forma di industrializzazione
piuttosto simile a quella delle altre regioni
britanniche coinvolte nel processo di rivoluzione
industriale. Questo ha comportato la creazione
di un complesso economico specializzato
e fortemente integrato nel sistema di scambi
atlantico, costruito intorno all’industria
navale e tessile.
Al contrario, la restante parte dell’isola
ha vissuto nel primo XIX secolo un processo
di deindustrializzazione dovuto principalmente
all’introduzione del libero scambio
con la Gran Bretagna, in seguito all’Act
of Union del 1800 ed alla stessa
concentrazione del settore tessile nell’Ulster
e in Scozia. Ne è conseguito che
l’economia del Sud è divenuta
quasi interamente dipendente dalla esportazione
della produzione alimentare verso il mercato
britannico e coloniale. La totale assenza
di diversificazione produttiva e la povertà
diffusa che ne sono derivate hanno generato
una corrente emigratoria continua verso
Gran Bretagna e Stati Uniti, così
che nel 1921 la popolazione dell’isola
era ridotta a circa la metà di quella
del 1841 [5]. All’epoca della partizione
e della fondazione del Free State, solo
il 10% della forza lavoro era occupata nell’industria
manifatturiera (contro all’oltre un
terzo nel Nord), mentre più della
metà rimaneva occupata nell’agricoltura.
Il XX secolo ha invece assistito
a crescenti difficoltà per la base
industriale del Nord, parallele al declino
secolare dell’industria specializzata
nel Regno Unito, ed aggravate dalle agitazioni
politiche che ne hanno severamente limitato
le possibilità di attrarre altre
forme di investimento. Nel Sud, le politiche
protezionistiche perseguite a partire dal
1932 dal governo del Fianna
Fáil guidato da Eamon De Valera
hanno portato ad un’iniziale timida
crescita dell’industria indigena finalizzata
al mercato domestico. L’isolamento,
tuttavia, sommandosi con una rapida contrazione
del settore agricolo e con i limiti posti
dalle ridotte dimensioni del mercato interno
sul potenziale di crescita a lungo termine,
ha finito per promuovere la stagnazione
e una nuova massiccia crescita dell’emigrazione
negli anni Quaranta e Cinquanta. Un’emorragia
tale che, minacciando alla base la legittimazione
del governo nazionale, ha imposto quella
drastica inversione di tendenza nella politica
economica della Repubblica rappresentata
dal primo Programme
for Economic Expansion.
La strategia di crescita industriale
orientata all’esportazione e basata
sull’attrazione dell’investimento
estero ha avuto un timido riscontro positivo
negli anni Sessanta e Settanta, nonostante
i benefici nell’occupazione del settore
estero fossero controbilanciati dalla contrazione
del settore interno seguita all’ingresso
nella Comunità europea e alla conseguente
esposizione dell’industria irlandese
alla competizione esterna. Se gli anni Ottanta,
malgrado la forte crescita nella produzione,
hanno visto una nuova caduta dell’occupazione
(il tasso di disoccupazione ha raggiunto
il 15-20%) e una ripresa dell’emigrazione,
negli anni Novanta lo sforzo congiunto di
quattro strumenti di intervento hanno portato
ad una graduale erosione dell’insularità
irlandese: una politica finanziaria volta
a minimizzare i costi di produzione, una
forte stabilità nelle relazioni industriali
promossa da una politica sindacale neo-corporativista,
accompagnate da un intenso investimento
nella formazione del capitale umano e da
un massiccio finanziamento della Comunità
europea attraverso fondi strutturali, volti
al miglioramento di infrastrutture e trasporti.
Nel 1987, il PIL pro capite della Repubblica
d’Irlanda era pari al solo 63% della
media complessiva dell’Unione europea
(UE). Nel 1996, dopo un decennio che ha
conosciuto un tasso di crescita quasi triplo
rispetto agli altri paesi dell’Unione,
il livello del PIL irlandese era cresciuto
al 97% della media europea, superando di
molto le altre economie tradizionalmente
periferiche della UE come Spagna, Grecia
e Portogallo [6].
Tabella 1. PIL pro capite
quale % della media UE
| |
1987 |
1996 |
| Irlanda |
63 |
97 |
| Spagna |
71 |
76 |
| Portogallo |
60 |
67 |
| Grecia |
56 |
65 |
| UK |
102 |
96 |
Evento tornante, in particolare
a livello storico e simbolico, nel 1996
il PIL irlandese ha superato quello della
Gran Bretagna, fino a quel momento incontrastato
«signore supremo» politico ed
economico dell’Irlanda. Questi alti
e sostenuti tassi di crescita hanno spinto
molti commentatori ad avvicinare il recente
successo economico irlandese a quello delle
dinamiche economie «tigre» asiatiche
– da qui l’applicazione all’Irlanda
dell’appellativo di «Celtic
Tiger». Il superamento del gap
economico tra l’Irlanda e i paesi
centrali europei è, se possibile,
ancora più ragguardevole considerando
il tradizionale status dell’Irlanda
quale economia strutturalmente periferica
nella divisione internazionale del lavoro.
Ciò nondimeno, in questo nuovo contesto,
quella irlandese rimane una economia semiperiferica,
posizionata ai confini atlantici della zona
europea, e altamente dipendente dall’investimento
delle corporations multinazionali.
È su queste linee che
si dividono i bilanci e le interpretazioni
del recente «miracolo economico»
irlandese. Per alcuni studiosi il 1996 si
ricopre di una forte valenza periodizzante,
quella di sollevare il colonialismo britannico
dalla precipua accusa di colpevolezza per
i problemi del paese. Vale a dire, in termini
di geografia «della mente»,
l’Irlanda avrebbe smesso di essere
un’isola della Gran Bretagna e, per
riprendere il gioco di parole di un fortunato
titolo di F. O’Tool, dopo secoli di
«exile», l’Irlanda stessa
sarebbe divenuta una «ex-isle»
[7].
Su posizioni diametralmente opposte si
pongono i critici radicali del fenomeno
della Celtic Tiger, per i quali il recente
successo economico irlandese non rappresenta
una rottura decisiva dei modelli passati,
ma al contrario vedono nella recente trasformazione
dell’isola in una piattaforma di esportazione
per la produzione statunitense una sostanziale
linea di continuità con le limitazioni
poste dalle strutture di potere dell’economia
atlantica ai paesi periferici in via di
sviluppo. A scontrarsi sono quindi le interpretazioni
più convenzionali e «ottimistiche»,
eredi di una vasta tradizione di storiografia
liberale, che vedono nella recente fase
di crescita dell’economia irlandese
un fondamentale superamento della tradizionale
perifericità – un passaggio,
in altri termini, dell’Irlanda dalla
periferia al centro della produzione economica
– e le narrazioni meno convenzionali
e più «pessimistiche»
che, a partire da una critica degli insuccessi
sociali del recente cambiamento, si rifanno
soprattutto alle teorie marxiste prima,
all’analisi del sistema-mondo poi [8].
È tuttavia interessante notare la
distanza che separa questa formulazione,
per così dire «ottimista»,
rispetto a quella «pessimista»,
ossia più critica in senso sociale:
è una contrapposizione che in qualche
modo sottende gran parte del pensiero non
solo storiografico ma anche politico.
Nondimeno, i dibattiti sull’Irlanda
contemporanea rimangono per di più
forgiati da un’ortodossia insistente
legata ad una comune concezione del passato
irlandese. Le principali componenti di questa
concezione hanno origine in visioni economiche,
storiche ed estetiche le cui generalizzazioni
sono poste in termini di polarità
binarie e dualistiche, derivate dalle rigide
forme della teoria della modernizzazione.
Alla specificità del
rapporto plurisecolare tra Irlanda e Inghilterra
– tra periferia e centro – si
deve rifare, insomma, qualsiasi tentativo
di spiegare il presente. La questione comune
e centrale alle due narrazioni si pone non
tanto e non solo sui motivi e le modalità
della presunta uscita dell’Irlanda
da una posizione di perifericità,
ma ritrova il suo asse gravitazionale sul
luogo stesso della periferia, e nell’analisi
di lungo periodo dello sviluppo economico
irlandese. L’interrogativo pregnante
resta, quindi: why Ireland starved? [9].
In altre parole, perché il decollo
dell’economia irlandese non è
stato parallelo a quello del suo pioniere
vicino? Quale il peso del mercantilismo
sulla perdurante arretratezza economica
dell’isola? I punti di riferimento
delle domande sul passato sono ancora nel
XIX secolo, negli insuccessi economici dell’isola
e quindi nell’interpretazione del
rapporto tra Irlanda e Gran Bretagna. Il
perché del fallimento dell’economia
irlandese, dell’incapacità
di sviluppare un’industria e perché
l’Irlanda sia rimasta il «giardino
sul retro» dell’officina del
mondo ed il fanalino di coda dei paesi europei,
fino a raggiungere il drammatico esito della
«morte di fame» rappresentato
dalla Great Famine, rimane allo stesso tempo
tema dominante ed enigma irrisolto della
storiografia economica irlandese.
Il «ritardo» dello sviluppo
industriale irlandese
La natura periferica dell’economia
irlandese, e la definizione dell’arretratezza
economica dell’Irlanda, sono stati
forgiati dalla combinazione di eventi avvenuti
nel diciannovesimo secolo. Uno di questi
è stato sicuramente l’emigrazione
di massa che la grande carestia ha indotto.
Al di là del pesante impatto demografico
iniziale, nel lungo periodo il risvolto
sociale della carestia ha lasciato in eredità
a gran parte della popolazione una naturale
predisposizione a lasciare il paese ogni
qual volta le prospettive economiche e occupazionali
estere sembrassero migliori. È da
questo momento che l’Irlanda inizia
a funzionare sempre più come economia
regionale, la cui popolazione si espande
o si contrae secondo i dettami delle condizioni
economiche, piuttosto che come un’economia
nazionale la cui popolazione è determinata
in larga parte da fattori puramente demografici [10].
Altro evento cruciale del diciannovesimo
secolo è rappresentato dalla deindustrializzazione
vissuta dal paese. Se l’industria
irlandese era stata fino a quel momento
prospera, per via del vantaggio competitivo
rappresentato dal basso costo del lavoro,
con l’abbassamento dei costi di trasporto
la produzione industriale è caduta
in declino, avviando la trasformazione della
parte meridionale dell’isola in un
hinterland agricolo della Gran Bretagna.
Il problema maggiore di una economia regionale
basata sull’agricoltura è che
l’accumulazione capitalistica tende
ad attrarre manodopera verso i centri di
sviluppo industriale, e così facendo
limita le possibilità di una crescita
intensiva della regione. Alla luce di questi
eventi, il problema economico irlandese
può essere definito come la necessità
di raggiungere competitività nei
settori internazionali.
P. Krugman [11] ha applicato all’Irlanda
le prospettive del suo modello di geografia
economica, sostenendo la tesi di una posizione
intermedia dell’isola tra nazione
e regione. All’interno del modello
secondo cui le regioni di libero scambio
si differenziano in un cuore industriale
e una periferia agricola negli Stati Uniti
così come nel Regno Unito del primo
XIX secolo (che a quel tempo, lo ricordiamo,
comprendeva anche l’Irlanda quale
sua parte integrante), la combinazione di
economie di scala deboli e alti costi di
trasporto avrebbero indotto i fornitori
di beni e servizi al settore agricolo a
localizzarsi vicino ai loro mercati, determinando
così una distribuzione piuttosto
omogenea dell’attività industriale.
Questo legame tra produzione e distribuzione
venne rotto, tuttavia, nel momento in cui
il sistema di fabbrica e lo sviluppo nei
sistemi di trasporto introdussero le economie
di scala, favorendo l’accentramento
della produzione in regioni con ampie concentrazioni
di popolazione e servizi. Il processo si
è poi riprodotto fino a concentrare
la maggioranza della popolazione in poche
regioni centrali, lasciando così
deindustrializzare il resto dell’economia
fino a renderlo un retroterra rurale. Questi
modelli possono dare ragione della riuscita
industrializzazione della regione di Belfast
parallela al declino nel resto dell’isola.
Una linea di pensiero che indaga in questa
direzione è rintracciabile, se pure
in forma frammentaria, nell’analisi
di E. O’Malley [12], il quale osserva
come Belfast fosse ben posizionata per divenire
un centro tessile a causa delle buone connessioni
con i mercati di esportazione e per l’ampia
disponibilità di manodopera specializzata.
Al di fuori del Nord-Est, l’Irlanda
venne trasformandosi in periferia rurale
del Regno Unito, un lascito che la nuova
classe politica ha cercato di superare sin
dall’indipendenza del 1922. Nella
sfida ai paesi late comers, O’Malley
vede i pericoli del dependency path, sostenendo
che l’Irlanda è caso emblematico
della difficoltà di sviluppare industria
che affrontano le società strettamente
correlate alla base industriale di paesi
più avanzati [13]. L’industria
domestica nei paesi meno sviluppati si trova
a dover fronteggiare la competitività
dell’industria dei paesi più
avanzati, con le loro economie di scala,
sviluppo tecnologico, un mercato, una differenziazione
della produzione e una radicata competenza
manageriale. Rientrando in questo modello
di paesi late developer, l’Irlanda
ha dovuto necessariamente ricorrere all’assistenza
governativa per sormontare gli svantaggi
del ritardo.
Legata a questa stessa idea di ritardo,
è anche la constatazione dei limiti
e delle «colpe» endogene. Nell’esaminare
l’Irlanda del XX secolo in termini
di potenziale e performance, e usando lo
sviluppo degli altri paesi europei come
termine di paragone, J.J. Lee giunge alla
conclusione che l’Irlanda ha sprecato
il proprio potenziale di sviluppo [14]. La
ragione che Lee fornisce di questa povera
performance è culturale, radicata
non tanto nella situazione macroeconomica
quanto nelle istituzioni e nel senso identitario
del paese. Se per Lee la responsabilità
del sistema partitico del Free State sta
nell’aver volutamente sacrificato
la crescita a vantaggio di una sterile stabilità
politico-sociale, è quindi nella
società irlandese, nella sua presunta
«insufficienza di creatività
intellettuale», che vanno ricercati
i limiti di una diffusa «mentalità
del possesso». Una mancanza di senso
imprenditoriale, Lee ci suggerisce [15],
radicata nella insicurezza della questione
terriera del XIX secolo ed in una opprimente
presenza paternalistica della Chiesa cattolica.
Se recentemente alcuni economisti [16],
sull’onda dei successi della Celtic
Tiger, hanno messo in dubbio la necessità
e l’efficacia dell’intervento
politico in questa situazione, d’altra
parte queste interpretazioni neo-liberiste
non riescono a dare ragione della centralità
del welfare sociale in un’economia
regionale. Una limitatezza evidente anche
nella distinzione tracciata da L. Kennedy
e J. Williamson [17], tra quegli studiosi
di storia economica irlandese «ottimisti»,
che cioè imperniano le loro analisi
sulla tendenza alla convergenza fra salari
irlandesi e britannici nel corso dell’ultimo
secolo, e i più «pessimisti»,
come C. O’Grada, K. Kennedy, B. Nolan
e C.T. Whelan, che invece concentrano le
loro analisi sulla discrepanza tra i livelli
irlandesi e britannici o europei di PIL
pro capite nello stesso arco temporale,
sulla rocky road perseguita dall’Irlanda
nel suo difficile cammino verso l’integrazione
economica [18]. Ciò che accomuna queste
due prospettive è il riconoscimento
del recente successo in termini di crescita
sia intensiva che estensiva, una crescita,
insomma, che ha portato ad una convergenza
verso gli standard di vita dei paesi europei
più avanzati e a livelli senza precedenti
nell’espansione dei tassi di occupazione.
Questi differenti orientamenti appaiono
dunque strettamente legati, se si ammette
che la ricerca di diverse risposte al perché
della posizione periferica dell’Irlanda
– seppure all’interno di difformi
dimensioni – sembra riunita dal ricorso
a modalità esplicative per nulla
dissimili. È dentro a queste prospettive
della ricerca che ha acquisito preponderanza
il ricorso alle categorie di centro e periferia,
concepite all’interno di un rapporto
gerarchico tra le due isole britanniche,
intorno a cui sono state forgiate le molte
interpretazioni conflittuali della storia
irlandese.
Periferia a «geografia
variabile»: percorsi storiografici
a confronto
Ireland is after all, a familial country;
Irish history, and Irish inter-communal
relations, often seem to me to take on the
character of a family quarrel. And we all
know how families get through their days
of festival and holiday: by not talking
about certain subjects [19].
Ci sono molte zone d’ombra
nella storiografia irlandese. Dalla difficoltà
nel misurarsi con il passato ed un presente
frammentati deriva, secondo R.F. Foster,
la tendenza all’eccezionalismo ed
al ricorso alla logica binaria dominante-oppresso
che ha trasformato la Storia irlandese nel
racconto di tante storie contrapposte. Questo
è visibilmente riscontrabile nel
confluire di due ambiti di ricerca teoreticamente
e metodologicamente molto distanti, che
hanno dato corpo a difformi, ma intersecanti,
campi di tensione costruiti intorno alla
polarità centro-periferia, concepita
alternativamente all’interno del sistema
delle isole britanniche e della cornice
di scambi atlantici. L’una, la controversia
revisionista, denunciando il filo-pietismo
tipico degli studi nazionalisti, ha ripensato
il rapporto interno alle due isole; l’altra,
che può essere schematicamente raccolta
sotto l’appellativo di Atlantic History,
ha invece aperto ad una dimensione transnazionale
capace di cogliere il senso dello scenario
globale. Nonostante questi ultimi orientamenti
abbiano smantellato le precedenti trame
stato-centriche, una linea di continuità
è riscontrabile nel loro rimanere
legati alle rigide teorie della dipendenza
e ai modelli del sistema-mondo, centrali
all’assunto dell’anomalia dello
sviluppo economico irlandese rispetto agli
standard europei.
Specularmente la storiografia revisionista,
seppur in grado di aver superato i forti
accenti anglofobi mostrando le relazioni
culturali sfumate, mediate e simbiotiche
emerse tra Irlanda e Gran Bretagna –
soprattutto quando scende in profondità
nelle vite, opinioni ed esperienze dei singoli
– rimane essenzialmente forgiata su
di una rivisitazione della teoria della
modernizzazione anglocentrica, basata su
una cruda dicotomia tra «tradizionale»
e «moderno», e riscontrabile
nel principio secondo cui le società
tradizionali possono recuperare il divario
che le separa dalle economie capitaliste
più avanzate solo adottandone le
stesse politiche di sviluppo. Sull’onda
di questo discorso modernista, la storiografia
revisionista ha insistito sulla natura reazionaria
del nazionalismo, rimanendo però
strettamente limitata alla storia «alta»
delle élites politiche, ma ha saputo
riproporre con forza l’idea di una
storia che sia dibattito razionale, e non
una questione di dogma religioso o politico.
Il termine si applica ad una corrente storiografica
che pretende di essere «obiettiva»,
e che fa riferimento all’indagine
storica basata sulla ricerca empirica, che
a partire dagli anni Sessanta ha soppiantato
la storia di inclinazione nazionalista ed
unionista. È quindi contro la visione
tradizionale del passato irlandese monopolizzata
dalla lotta contro il dominio britannico
che i revisionisti si sono opposti, mettendo
in rilievo gli aspetti disgiunti, sporadici
o addirittura positivi dell’attività
britannica in Irlanda, e convergendo nel
sottolineare il carattere anomalo della
relazione tra le due isole britanniche,
che lasciava l’Irlanda nella posizione
indefinita, né regno, né colonia
della Corona britannica [20]. Lo Stato nato
dalla violenza e diviso da amare questioni
aveva visto una forza iniziale nell’imposizione
di un elevato livello di conformismo e ipernazionalismo
nelle istituzioni sociali, culturali ed
educative che aveva introdotto [21]. In questo
contesto sia la corrente marxista, sia quella
liberale, erano rimaste intrappolate in
un tentativo di giustificare il nazionalismo,
e l’urgenza di riorientare la prospettiva
in uno spirito, per così dire, meno
anglofobo, rappresenta la forza rivoluzionaria
della «scuola» revisionista.
Tuttavia, ci sono ora segni di una reazione
contro quella che è diventata a sua
volta una ortodossia revisionista. Ne è
derivata un’aspra controversia, che
in storiografia si è comunque dimostrata
un salutare stimolo verso nuove chiavi interpretative
in grado di superare le sterili semplificazioni
ed il ricorso a drastiche contrapposizioni.
Di fatto l’approccio revisionista
presentava limiti e contraddizioni piuttosto
palesi, come la tendenziale incapacità
di spiegare nodi storiografici quali la
grande carestia, minimizzandone e marginalizzandone
l’impatto. In questo atteggiamento
storico-politico C. Kinealy scorge una «relazione
simbiotica» [22] con il nazionalismo,
che soffoca nuovamente nella dicotomia il
dibattito storiografico, creando un nuovo
campo minato ideologico negli studi storici
irlandesi. I critici non mancano di sottolineare,
poi, come la necessità di superare
la mitologia nazionalista sia divenuta la
preoccupazione ideologica principale di
una nuova generazione di storici costretta
a far fronte all’intensificarsi delle
campagne terroristiche dell’IRA negli
anni Settanta. Questa presunta auto-censura
avrebbe creato numerose implicazioni alle
interpretazioni della carestia, limitando
la capacità dei revisionisti di costruire
valide letture alternative della storia
irlandese. Debolezza cruciale di questa
presa di posizione apparentemente obiettiva,
é l’implicita approvazione
dello status quo – e della irrisolta
eredità coloniale della questione
nord-irlandese – riconducibile ad
un fondamentale retaggio storicista, di
cui anti e post-revisionisti [23] tacciano
la nuova emergente classe media, tendenzialmente
europeista, imbarazzata dagli aspetti più
«scomodi» del passato nazionale,
e quindi incline a rinnegarli. Peraltro,
per via di un eccessivo affidamento su fattori
materiali e calcoli econometrici, i revisionisti
sono accusati di aver sottostimato l’importanza
di fattori meno quantificabili quali il
sentimento identitario e culturale irlandese.
Di contro, gli storici revisionisti hanno
risposto sostenendo che gran parte di ciò
che passa come interpretazione post-coloniale
del passato irlandese non sia in realtà
altro che un mascheramento del vecchio paradigma
nazionalista, fatto che di per sé
non sorprende in un paese di così
recente formazione. In questa visione, l’atteggiamento
anti-revisionista è così smascherato
come sintomatico della difficoltà
irlandese di venire a patti e accettare
di buon grado la modernizzazione della società.
Ad emergere nuovamente sarebbe quindi la
tradizionale attitudine anti-modernista,
abbarbicata alla confortante illusione dell’eccezionalità
irlandese e ad un vittimismo autocommiserativo,
che trova le sue radici nel rifiuto della
società industriale del populismo
bucolico-cattolico di De Valera,
nell’ideale di un’Irlanda «verde
e pura», in contrapposizione ad un’Inghilterra
ingrigita e corrotta dallo sviluppo industriale-capitalistico.
E tuttavia, anche in questo
forte scontro, c’è a ben guardare
una ricerca, quasi un’ansia di orientamento
tutt’altro che esteriore. La storia
irlandese è ancora divisa ed «esplosiva»,
e l’«ossessione» del rapporto
politico tra le due isole britanniche continua
a determinare cosa sia o non sia significativo.
Una delle sfide principali mosse a questo
stretto contesto anglo-irlandese è
stata avanzata dall’analisi della
dimensione atlantica, in grado di rompere
con i modelli dominanti che, anche nella
storiografia britannica, mantenevano una
«amnesia insulare»
sull’impresa imperiale britannica.
L’arcipelago
atlantico
Molte delle recenti spiegazioni del modello
di sviluppo irlandese hanno invece costruito
una sintesi del passato intorno al rapporto
mercantilistico e coloniale tra Irlanda
e Gran Bretagna ed al fatto che l’Irlanda
possa essere tuttora considerata una società
post-coloniale. Nel suo Ireland in Crisis [24],
lo storico dell’economia R. Crotty
denota come l’Irlanda sia stato l’unico
tra i paesi europei ad aver subito un «colonialismo
capitalistico», e che qualsiasi tentativo
di comprensione del passato irlandese sia
meglio indirizzato se concepito nel contesto
delle strutture di sottosviluppo del capitalismo
mondiale, imposte dai colonizzatori per
prevenire lo sviluppo socio-economico dei
colonizzati. Anche dopo l’indipendenza
le élites locali, beneficiando del
mantenimento delle istituzioni prevalenti,
avrebbero mantenuto queste strutture per
preservare il proprio potere. Lo Stato post-coloniale
non è quindi per Crotty strumento
di sviluppo e liberazione nazionale ma piuttosto
una barriera allo sviluppo dell’isola
ancora da abbattere. Sebbene i termini di
Crotty risultino piuttosto esasperati da
una interpretazione nazionalista della storia
irlandese ancora stretta in una forte contrapposizione
con la storia inglese, la dipendenza politica
ed economica dell’Irlanda dalla Gran
Bretagna è innegabile. L’economia
irlandese era legata a quella britannica
per mezzo di una serie di vincoli diretti
ed indiretti. Il modello di proprietà
terriera dopo la carestia ed i forti legami
tra i due sistemi bancari ne sono un esempio
lampante. La dipendenza dal Regno Unito
e la debolezza del processo di crescita
economica sono mascherati dalle ondate migratorie
che sollevavano le élites dalle pressioni
sociali: «il lascito dell’imperialismo
britannico era attitudinale, strutturale
e debilitante» [25].
Quale, quindi, il modello di capitalismo
mondiale dentro cui l’Irlanda ha interagito
nel corso del suo sviluppo economico? Nel
suo studio di lunghissimo periodo dell’economia
atlantica, D. O’Hearn [26] parte dall’analisi
dell’ascesa economica britannica durante
il XVI e XVII secolo, del suo status egemonico
nel XVIII e XIX, per giungere alla sostituzione
nel corso del XX secolo dell’egemonia
inglese con quella degli Stati Uniti quale
influenza principale sul cambiamento economico
irlandese. Gli effetti sull’Irlanda
delle strategie britanniche e statunitensi
divengono qui centrali. È quindi
importante identificare le caratteristiche
dell’ascesa economica che hanno assicurato
il successo a Gran Bretagna e Stati Uniti,
precludendo la strada allo sviluppo irlandese.
Immediato è qui il riferimento sia
ad Arrighi [27] e alla sua immagine di cicli
sistemici di accumulazione, sia alle teorie
della gerarchia centro-periferia che danno
spiegazione dell’insuccesso dello
sviluppo economico periferico e semi-periferico.
Le strutture globali non sono quindi viste
semplicemente come quadri dentro cui avvengono
gli sviluppi a livello locale e regionale,
ma come potenti forze esterne che le penetrano
e, a turno, le trasformano. A questo riguardo,
Wallerstein fornisce gli strumenti per esaminare
la natura della relazione tra centro e periferia
quando considera come le regioni sono incorporate
e rese periferiche nel moderno sistema di
capitalismo mondiale [28].
È all’interno dei confini
di un’economia-mondo capitalistica
che l’Irlanda acquisisce lo spazio
alternativamente periferico e semiperiferico
nella divisione internazionale del lavoro,
a seconda delle necessità congiunturali
di inglobamento del ciclo economico. Nella
visione di O’Hearn, il tentativo compiuto
dall’Irlanda di sganciarsi dal controllo
britannico nella prima metà del XX
secolo, ha lasciato la nuova economia nazionale
paradossalmente più vulnerabile all’incorporazione
statunitense dell’Irlanda nella nuova
logica di produzione e commercio atlantici.
Le fasi di «re-incorporazione»
e «re-perifericizzazione» possono
in effetti essere veicolo di scalata nella
gerarchia del sistema-mondo, come nel caso
della recente industrializzazione irlandese,
rimanendo però ben al di fuori del
suo controllo diretto. Questi i contorni
propri dell’attuale terzo ciclo di
espansione dell’economia atlantica,
che ha trasformato l’Irlanda da paese
rurale ad un’economia urbano-industriale
e dei servizi, piattaforma da esportazione
per la produzione delle imprese transnazionali
statunitensi. È una lettura, questa,
che paradossalmente gode di fortuna maggiore
presso il pubblico non irlandese. Nel riconoscere
che l’attuale ciclo di industrializzazione
dipendente sia comunque preferibile all’assoggettamento
e allo sottosviluppo coloniale quale forma
di perifericità, O’Hearn attua
una critica radicale dei limiti economici
e sociali che la crescita-dipendente pone
al cambiamento anti-sistemico. Rifiutando
quindi anche l’assunto secondo cui
il processo di integrazione europea possa
ridurre le differenze centro-periferia interne
allo spazio europeo [29], il ruolo dell’Europa
è ridotto a mero confine orientale
all’interno di una dominante dimensione
atlantica in cui l’assoggettamento
economico dell’Irlanda acquisisce
rilevanza centrale. La chiave interpretativa
di O’Hearn appare quindi quale versione
rinnovata e moderata della formula marxiana
del «Ireland’s lost, the British
‘Empire’ is gone» [30],
destinata a lunga vita e fortuna in campo
repubblicano così come tra la controparte
unionista.
Il filo rosso che lega questi
filoni di studi apparentemente contrastanti
è infatti un comune approccio che
rimane saldamente fissato sulla prospettiva
anglocentrica. In questo contesto, le sintesi
storiche sin qui considerate possono essere
suddivise in due contrapposte categorie
che hanno origine, da un lato, dalla tradizionale
interpretazione nazionalista, di derivazione
neo-marxista e neo-imperialista –
dall’altro, dalla prospettiva revisionista
e neo-liberista, che tuttavia condividono
lo stesso paradigma di un dualismo dicotomico
«manicheo» inseparabile dalla
rappresentazione della storia irlandese,
che mostra insomma la comune tendenza a
sottolineare l’unicità della
via irlandese alla modernizzazione. Se è
evidente il passaggio da una prospettiva
di «fattore esterno», ad un
paradigma di «fattore interno»,
che nel corso degli ultimi vent’anni
ha alternativamente rimpiazzato il precedente
approccio tradizionale, in buona misura
queste soluzioni convergono nel formulare
un paradigma fortemente deterministico –
quello della modernizzazione – che
pone nell’Inghilterra il punto di
arrivo dell’evoluzione verso lo sviluppo
e l’integrazione economica [31]. Se il raffronto con la Gran
Bretagna è innegabilmente centrale,
c’è ora accordo sull’occorrenza
di un’agenda che intraprenda una visione
meno insulare e strettamente anglocentrica
del passato: quello su cui storici e critici
culturali concordano è, insomma,
il bisogno di storie alternative. Ciò
che appare piuttosto chiaro è che,
se da un lato i più importanti risultati
negli studi culturali irlandesi hanno prodotto
nuovi fruttuosi approcci teorici, dall’altro
i principali risultati nella storiografia
irlandese sono stati apportati sia dall’apertura
della world-system analysis alla realtà
globalizzata, sia dall’insistente
attenzione revisionista per i dettagli empirici,
fattore che porta insomma ad insistere sull’inadeguatezza
del termine stesso di revisionismo. Nondimeno,
entrambi gli schieramenti storiografici,
anti e pro-revisionismo, hanno mostrato
un grave limite nel guardare a certe aree
della ricerca storica – soprattutto
in campo sociale, come l’approccio
di genere, la storia delle disuguaglianze
sociali, la storia locale – come marginali
e secondarie, privilegiando invece un taglio
politico-economico ed un approccio quantitativo
che continua a proporre una visione forzatamente
unitaria della società irlandese.
L’«oriente
interno» alle isole britanniche: il
peso dell’esperienza coloniale
Per capire la pluralità degli interrogativi,
e soprattutto la loro interdipendenza, è
utile tornare alla questione dello status
coloniale dell’isola. Il dibattito,
partendo da studi politici ed econometrici,
si è di recente allargato all’analisi
della cultura irlandese. Naturalmente non
è qui il caso di entrare nei particolari
dell’analisi post-coloniale. Ma conviene
precisare che si trova in diversi autori
degli ultimi decenni l’idea dell’esperienza
coloniale come di un processo aperto e continuativo,
in opposizione ad una compartimentazione
della storia in un «prima»,
«durante» e «dopo»
la fase di colonialismo. L’applicabilità
di questa concezione al caso irlandese,
dove diverse fasi di colonialismo si sono
susseguite in un arco temporale piuttosto
lungo, e dove l’isola rimane divisa
da una sua parte nonostante il ritiro britannico,
è facile da comprendere. Riflettendo
la rivoluzione che attraverso l’approccio
postcolonial si diffonde nella storiografia
occidentale, anche gli studi storici irlandesi
si aprono ad una nuova geografia: tendono,
in altre parole, a riformularsi intorno
al processo di decentramento e scomposizione
dell’idea di modernità, della
perdita di fiducia nel concetto di linearità,
mettendo in discussione anche le rappresentazioni
della via eccezionale irlandese alla modernità.
Tuttavia, è dagli stessi studi sul
colonialismo britannico che arriva il primo
rifiuto ad accogliere il caso irlandese
tra le periferie dell’impero, sulla
base della complicità irlandese nell’imperialismo
britannico, posizione avallata anche dalla
stessa storiografia revisionista, anti-nazionalista
e quindi contraria alle interpretazioni
colonialiste [32].
Che la storia irlandese sia in parte un
caso dagli ovvi contorni coloniali appare
tuttavia irrefutabile, e paradossalmente
è dalla sponda britannica che arrivano
le spinte principali in questa direzione.
È quasi superfluo insistere su questa
linea: gli sforzi per soggiogare l’isola
e la sua popolazione da parte delle forze
britanniche sono stati peculiarità
più o meno costante della storia
irlandese a partire dalle invasioni normanne.
Ciò che è questionabile è,
piuttosto, la natura dell’esperienza
coloniale che ne è derivata, la sua
eredità, la sua rilevanza contemporanea.
L’idea che la Repubblica abbia acquisito
nel 1922 un’indipendenza solo di nome,
rimanendo di fatto in un rapporto di dipendenza
neo-coloniale adombrato dalla partizione
politica dell’isola, è opinione
diffusa tra nazionalisti, repubblicani e
marxisti. Oltre che a mantenere gran parte
delle strutture istituzionali, legali e
civili che aveva ereditato, per gran parte
del XX secolo la Repubblica è rimasta
dipendente dall’isola maggiore quale
principale partner commerciale e bacino
di emigrazione. La centralità della
questione nord-irlandese, del suo assoggettamento
politico-economico, delle sue divisioni
settarie e del conflitto irrisolto, sembra
invece aver perso parte del suo allure in
un’epoca di analisi che illustrano
il conflitto come interno all’Irlanda
del Nord, e alimentato da una percezione
di tradizioni e identità «artificiosamente
e forzatamente contrapposte» [33].
Sul versante economico, gli ultimi decenni
hanno visto ridursi notevolmente l’influenza
britannica, e la recente esperienza di crescita
potrebbe ugualmente essere spiegata nel
contesto di forze globalizzanti più
ampie cui lo stesso potere imperiale è
ora soggetto [34]. Molti degli argomenti
che vedono la dipendenza quale fonte di
tutti i mali irlandesi, tra cui quelli neo-colonialisti,
tendono a spostare l’attenzione dal
terreno delle divisioni interne alla società
irlandese, appoggiando implicitamente la
convinzione nazionalista che il raggiungimento
dell’indipendenza «piena»
sia prerequisito assoluto alla risoluzione
di tutti i problemi. E tuttavia, nonostante
la riunificazione sia lungi dall’essere
raggiunta, l’economia della Celtic
Tiger ha portato la Repubblica ad affiancare
la Gran Bretagna tra i paesi più
ricchi del mondo. Se l’eredità
coloniale per alcuni si fa sempre più
aspra, per altri una crescita così
significativa non può che mettere
in forse un modello di sviluppo che ha nello
Stato nazionale il suo ideale.
Una variante a entrambe queste posizioni
è quella del filosofo R. Kearney,
che ha proposto il «post-nazionalismo»
come chiave interpretativa dell’Irlanda
contemporanea, differenziando gli aspetti
emancipatori del nazionalismo da quelli
più regressivi e sottolineando come
in passato lo stesso nazionalismo irlandese
abbia rispecchiato, nel rifiutarle, le categorie
proprie del nazionalismo britannico [35].
Il post-nazionalismo mette in discussione
la stessa concezione di Irishness basata
su di una identità singola e insulare,
disseminandola invece tra le identità
multiple valevoli in una Europa delle regioni,
forgiate dalla consapevolezza della diaspora
e del sistema economico globalizzato. Dall’altra
parte però, L. Kennedy vede i pericoli
del far seguire tacitamente i fatti alle
percezioni culturali [36]. Ed insiste sul
fatto che ogni pretesa di annoverare l’Irlanda
tra i paesi del «terzo mondo»
sia semplicemente insostenibile. Veloci
comparazioni con (per esempio) Algeria,
Namibia ed Egitto sono, come dimostra in
modo convincente, economicamente ingannevoli
e fallaci. Non c’è dubbio che
la visione di Kennedy sia empiricamente
irrefutabile, ma è tuttavia stato
suggerito che un’analisi che tenga
in considerazione anche gli effetti materiali
delle percezioni culturali risulti più
penetrante nei tempi lunghi. Legata a quest’idea
di influenza piuttosto tangibile della memoria,
è la concezione di L. Gibbons dell’Irlanda
come «paese del primo mondo con una
memoria da terzo» [37]. Ed è
precisamente questo l’aspetto della
realtà irlandese che a molti critici
culturali sembra costitutivo di una cultura
post-coloniale. La sfida diviene quindi
quella di saper forgiare una lettura post-coloniale
del passato irlandese che non cada nella
trappola di divenire mero camuffamento del
vecchio approccio nazionalista. I più
recenti ed esaurienti tentativi di applicare
una approccio post-coloniale alla produzione
letteraria irlandese sembra siano riusciti
in questo scopo [38].
Nuove prospettive,
altre dimensioni
La sfida lanciata al tradizionale anglocentrismo
ha aperto la strada ad un passaggio determinante,
capace di mettere in discussione i due modelli
di narrazioni storiografiche finora prevalenti,
vale a dire le tradizionali narrazioni nazionaliste
strette in una dura contrapposizione con
la metropoli, e le schematiche trame interpretative
normative dello sviluppo economico e sociale.
Secondo questa prospettiva, al rapporto
inarticolato di centro e periferia si sostituisce
una posizione di reciproca interrelazione,
che prospetta un superamento della polarità
implicita nelle narrazioni costruite nei
termini di contrapposizione – che
J. Leersen ha definito di «either/or»
– in favore di un approccio «both/and»,
che possa consentire di fornire risposte
nei termini della complessità che
sottende le fratture della storia irlandese [39].
Uno dei punti di forza degli studi culturali
e post-coloniali è stata infatti
la capacità di destabilizzare la
dominanza culturale del discorso sulla modernizzazione,
insistendo sulla necessità di capire
lo sviluppo storico irlandese sia in termini
di lunga durata che in un più ampio
contesto geografico. Dimostrando i limiti
della linearità del modello storicista
nel dare ragione delle dense condizioni
sociali, economiche e politiche dell’Irlanda
contemporanea, il recente dibattito culturale
ha sottoposto una serie di revisioni che
vedono le limitazioni della nazione come
categoria di analisi, in favore di un discorso
che si concentra sulle interazioni decentrate
a livello sub e sovra-nazionale –
dai transfer di capitale, ai movimenti di
popolazione, alle trasmissioni di informazioni
– di fronte a cui lo spazio nazionale
appare inserito in una complessa rete di
trasformazioni culturali.
Ed è proprio da recenti progetti
di storia sociale e culturale che sono derivate
forti spinte al rinnovamento di fonti, metodi,
approcci, che permettono di ovviare al facile
ricorso alle contrapposizioni radicali.
Più sottilmente questa tendenza esprime
la riluttanza ad imperniare la riflessione
sullo spazio nazionale, spostando quindi
la propria attenzione su prospettive interdisciplinari
e sovranazionali. In una prima fase, è
l’esercizio della comparazione a mettere
in luce nuova i caratteri della società
irlandese. Se il primo comparatismo era
finalizzato a mettere in rilievo la anomalia
della via irlandese alla modernizzazione [40],
e a proporre quindi un ritratto del passato
irlandese come luogo di un’eccezionale
transizione da pre-modernità a post-modernità,
si assiste oggi ad un passaggio verso una
prospettiva quasi opposta, che considera
il caso irlandese interessante non tanto
per la sua presunta eccezionalità,
quanto, al contrario, in qualità
di caso, seppur esemplare per l’intensità,
di un fenomeno che da secoli tocca ogni
parte del mondo, vale a dire la globalizzazione.
Sebbene l’Irlanda differisca sostanzialmente
dalla manciata di paesi che hanno dominato
il sistema capitalista emerso nel XIX secolo,
una prospettiva comparativa che esca dal
soffocante ruolo contrastivo del raffronto
con la Gran Bretagna e dall’anglocentrismo
quale linea standard dell’argomentazione,
fa emergere prospettive tutt’altro
che univoche [41]. Se la comparazione fra
Irlanda ed il pioniere anglosassone ha svolto
il necessario ruolo di portare alla luce
il sottosviluppo industriale irlandese,
la sua arretratezza nel sistema politico,
le sue caratteristiche uniche di transizione
demografica, ora l’assunto teoretico
della modernità quale strumento normativo
fisso viene messo in discussione, ed il
modello di modernizzazione ed industrializzazione
inglese viene rifiutato quale tertium comparationis,
a favore di una prospettiva più dinamica.
A seconda del termine di paragone e della
logica sottesa alla comparazione stessa,
le caratteristiche specifiche del caso nazionale,
ma anche e soprattutto i modelli locali
di sviluppo sono messi in luce contro la
totalità. È lo stesso innegabile
gap tra l’Irlanda ed il suo potente
vicino a racchiudere in sé il limite
dell’incapacità di definire
le specificità del caso al di là
della semplice identificazione dei deficit
generali.
L’aver impostato la comparazione
verso prospettive più «distanzianti»,
ha offerto all’osservazione ed all’analisi
una dimensione sempre più ampia e
globale, aprendo gli studi storici alla
riflessione teoretica e spostandone il baricentro
dal Canale d’Irlanda, all’Atlantico,
all’Europa. Sullo sfondo di un’idea
di modernità multiple in Europa,
maggiormente significative appaiono, sotto
molti aspetti, da un lato le divisioni interne
alla stessa regione piuttosto che le differenze
tra Irlanda e Gran Bretagna, dall’altro
le reti di relazioni economiche e sociali
fra comunità globali, i transfer
culturali, l’interconnessione reciproca
e dialettica delle diverse società.
È la dimensione nazionale, dunque,
a perdere di centralità in questa
angolatura, che non a caso si articola per
un verso nella direzione transnazionale
degli studi locali – che aprono alla
cornice economico-territoriale dell’Europa
atlantica e «celtica», attraverso
il raffronto con Scozia e Galles, ma anche
con le coste bretoni e galiziane [42] –
per un altro verso nella prospettiva globale
e sovranazionale aperta dagli studi demografici
e migratori [43]. Allo Stato-nazione le identità
transnazionali della global Irishness sostituiscono
uno spazio non istituzionale definito dai
flussi migratori della diaspora, costruito
sulla tensione fra globale e locale. Si
può affermare, per concludere, che
alla luce di questa visione innovatrice
la categoria di centro-periferia è
stata ripensata al di fuori della contrapposizione
binaria e, applicata ai fenomeni storici,
ha rivelato la potenza euristica di dualità
e ibridità per capire l’evoluzione
della cultura e della società irlandese
contemporanea.
La storia irlandese appare quindi mediata
da tre livelli dimensionali: globale, regionale
(europeo) ed infine il «British Isles
sub-system», all’interno del
quale sinergie e differenze sono presenti
a livello locale e urbano. Grossi cambiamenti
in quest’ultimo sottosistema sono
avvenuti nel contesto dell’attività
regionale. L’ingresso nell’Unione
Europea, concomitante per Irlanda e Gran
Bretagna, ha infatti trasformato le relazioni
tra i due paesi assistendoli in particolare
nella ricerca di una soluzione alla questione
del conflitto. È in questa nuova
e molto ampia accezione che trovano spazio
i punti di riferimento degli interrogativi
sul passato e anche le recenti proposte
politiche che sembrano profilare il rientro
dell’Irlanda nel Commonwealth dopo
quasi sessant’anni dalla sua uscita [44].
Da qui le recenti interpretazioni del community
divide proprio come il fallimento, o l’inadeguatezza
storica, della dimensione dello Stato nazionale
nel dar voce ad identità plurali
e multiple. Ma è soprattutto l’analisi
sociale a mostrare il limite dell’artificiosità
legata ai confini politici imposti all’indagine
di una realtà sociale che travalica
la dimensione statuale, e che quindi ostacola
l’emergere delle differenze e delle
sinergie interregionali, e delle mutue connessioni
attraverso i confini.
Nonostante le tensioni politiche siano
ancora forti, gli aspetti economici e sociali
hanno ora trovato un adeguato e più
ampio spazio, e le rappresentazioni del
passato divengono sempre meno bidimensionali.
L’Irlanda è quindi vista in
un più ampio contesto di relazioni
– culturali, politiche ed economiche
– europee e mondiali; altri attori,
tra cui le donne, ma anche gli Irish abroad,
sono ora nell’agenda degli studi storici,
così che la storia irlandese non
è più stretta in un «combattimento
mortale con la storia inglese» [45],
ma ha ripensato il ritratto del proprio
passato collocandolo in una più articolata
prospettiva d’analisi, che trascende
la dimensione dello Stato nazionale. Un
contesto multidimensionale che, travalicando
ogni «partisan simplicities» [46],
conferisce all’esperienza irlandese
un significato nuovo.
Questo articolo si
cita: F. Cumoli, Economia atlantica,
Impero, Europa.La «periferia»
irlandese in prospettiva storica,
«Storicamente», 2 (2006), http://www.storicamente.org/02cumoli.htm
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