| Angela Giardini
Al “centro” della periferia:
il quartiere Ariane di Nizza
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Le recenti rivolte giovanili
nelle banlieue francesi hanno riacceso
il dibattito sui problemi delle periferie
urbane e messo in luce la condizione di
disagio sociale che spesso le caratterizza.
Nel caso francese lo stato marginale in
cui vivono gli abitanti delle periferie
si è rivelato insopportabile soprattutto
per i più giovani, delusi dalla mancata
corrispondenza fra il mito del progresso
nutrito dalla città contemporanea
e le occasioni quotidiane per realizzarlo.
È risultata così evidente
al mondo intero la geografia urbana della
marginalità e della violenza che,
sebbene poco conosciuta e localizzata in
alcune aree, da oltre un ventennio caratterizza
la Francia[1].
Ma ciò che colpisce
e che preoccupa nell’esplosione della
situazione francese è la consapevolezza
della sua esportabilità, giacché
le banlieue di Parigi, Lione o
Bordeaux, non sono che l’emblema di
uno sviluppo che coinvolge in modo differenziato
le società occidentali, che investe
in modo diseguale le diverse aree al loro
interno, con evidenti squilibri fra centro
e periferia in termini di benessere e di
opportunità (qui ci riferiamo in
particolare ai sistemi urbani, ma su scala
allargata analoghi squilibri di risorse,
anche se dal carattere meno conflittuale,
persistono fra città e campagna,
pianura e montagna, contribuendo ad una
stratificazione della popolazione in termini
di opportunità ambientali o di milieu).
Squilibri di risorse fra centro e periferia
ai quali si sommano, in misura crescente
nelle città globalizzate, differenziazioni
o discriminazioni su base etnica.
L’accoglienza riservata
agli immigrati stranieri, importati in modo
massiccio dai principali paesi europei a
partire dal secondo dopoguerra, non è
stata, a ben vedere, molto generosa. In
quegli anni anche gli Italiani parteciparono
numerosi a questi spostamenti interni all’Europa,
alla ricerca di un lavoro che rendesse la
loro vita più dignitosa. E gli Italiani,
insieme ai lavoratori greci, spagnoli, portoghesi,
oltre che yugoslavi, tunisini, marocchini,
turchi, contribuirono prima alla ricostruzione
post-bellica, poi a colmare le crescenti
carenze di manodopera di determinati settori
manifatturieri e dei servizi, e a contenere
la progressiva erosione della popolazione
che si manifestava in modo già evidente
in alcuni paesi, fra i quali, in primo luogo,
la Francia. Nonostante il ruolo fondamentale
ricoperto da questi lavoratori[2], che scontavano
la fatica di allontanarsi dai luoghi nativi
e dagli affetti per contribuire alla crescita
del benessere negli Stati europei che trainavano
la ripresa economica, il sistema di accoglienza
riservato loro comprendeva, il più
delle volte, abitazioni fatiscenti, quando
non vere e proprie baraccopoli, marginalità
sociale, malattie [3].
In Francia è stato
proprio il piano per l’abbattimento
delle bidonville che si erano estese
in modo preoccupante attorno ai grandi centri
urbani, avviato negli anni Sessanta del
Novecento, a generare i quartieri popolari
caratterizzati dalle “torri”
e dalle “barre”, per riferirsi
al modo in cui qui sono chiamati i grandi
edifici di edilizia residenziale pubblica,
a seconda che si estendano in senso verticale
oppure orizzontale, costruiti nelle aree
periferiche delle principali città,
spesso in prossimità delle concentrazioni
industriali. L’ammassamento degli
stranieri in questi quartieri non è
avvenuto, quindi, in modo spontaneo, ma
è derivato, al contrario, dalla politica
di attribuzione degli alloggi sociali attivata
dall’Amministrazione pubblica. Mentre,
grazie ad un migliorato livello di vita,
gli affittuari francesi si allontanavano
dalle periferie per occupare abitazioni
e zone migliori, nelle banlieue
trovavano posto gli sfollati dalle bidonville
e i nuovi immigrati arrivati negli anni
Settanta, soprattutto famiglie numerose
di origine maghrebina [4].
Si gettarono così
le basi, a partire dal secondo dopoguerra,
anche attraverso le politiche di accoglienza
ed inclusione attuate dagli Stati, di una
situazione che ha portato gli immigrati
stranieri ad alimentare le nuove sacche
di marginalità e povertà,
dopo il progressivo assorbimento degli squilibri
interni. In anni più recenti i paesi
europei divenuti per ultimi meta di immigrati,
come ad esempio l’Italia,
hanno ripercorso a loro volta gli stessi
errori, nonostante le difficoltà
pagate attraverso l’esperienza migratoria
dei propri lavoratori.
Le banlieue o cité,
come vengono anche indicate le periferie
in Francia, dagli anni Novanta sono state
investite, in un crescendo di preoccupazione
da parte dell’opinione pubblica francese,
da fenomeni di progressiva etnicizzazione.
È probabilmente in questa luce che
possono essere letti diversi processi concatenati,
quali l’incremento fra gli abitanti
delle periferie di sentimenti di solidarietà
e riconoscimento su base etnica, la rappresentazione
sempre più diffusa, fra la popolazione
generale, di questi quartieri quali luoghi
in cui si intrecciano immigrazione, marginalità,
violenza, ed una politica sociale caratterizzata
da un insieme di provvedimenti rivolti a
settori specifici della popolazione, che
hanno contribuito alla stigmatizzazione
dei soggetti che volevano aiutare.
La stessa evoluzione semantica
del termine “banlieue”,
che oggi non evoca più in Francia
semplicemente la periferia, quanto i quartieri
caratterizzati da difficoltà di ordine
economico e sociale, cela l’intreccio
fra le cause e gli effetti dei processi
che hanno portato alla situazione attuale.
Come ha osservato Costa-Lascoux [5],
se il cambiamento di senso ha accompagnato
fenomeni di concentrazione della popolazione
immigrata (o di origine immigrata, intendendo
in tal caso i cittadini francesi che abbiamo
una discendenza straniera, e in particolare,
africana) negli alloggi popolari e di acuirsi
del disagio sociale per l’aggravarsi
della disoccupazione nell’ultimo decennio
del Novecento, esso è stato accentuato
da politiche sociali indirizzate agli immigrati,
politiche che hanno cercato di tutelare
“la differenza” dedicandovi
dei budget, creando delle strutture
e formando personale specializzato. L’attenzione
dedicata dai poteri pubblici ai particolarismi
culturali e alle solidarietà comunitarie
ha però legittimato, più o
meno inconsciamente, l’affermarsi
del concetto di etnicità, poi amplificato
dai media [6]
Affrontando la questione
da una diversa prospettiva si potrebbe altrimenti
osservare che la banlieue (nell’accezione
semantica oggi in uso) è emersa,
quale sistema spaziale dotato di senso,
in modo analogo ad altre formazioni geografiche,
come effetto – necessariamente provvisorio,
anche se durevole – di un processo
di riduzione della complessità ambientale
[7].
Processo che, in termini generali, origina
dagli attori (che in questo caso sarebbero
principalmente rappresentati dai poteri
pubblici e dai media), i quali nel mettere
in atto le loro strategie di intervento
in un determinato territorio si trovano
a confrontarsi con un numero di possibilità
di azione piuttosto elevato ed operano in
condizioni estremamente opache, dato che
la progressiva territorializzazione (l’azione
dell’uomo sul territorio che produce
incorporazione nel medesimo di valori, attributi,
ecc.) accresce la complessità dell’ambiente.
Per orientarsi in tale complessità
gli attori, per interpretare e usare il
territorio, devono perciò trasformarlo,
attraverso la mediazione del senso, in un
ambiente a complessità ridotta [8].
Quindi, se la nuova realtà
etnica francese, nonostante tutti i tentativi,
anche di tipo legislativo, di negarne o
ridimensionarne la valenza pubblica, è
un fatto ormai evidente, quello che allo
stesso tempo viene denunciato da diversi
studi che cercano di decostruire tale realtà,
è che la classificazione e la categorizzazione
degli attori, attuate ad un livello centrale,
stanno alla base dell’organizzazione
del territorio e delle relazioni sociali
che si è imposta in questi anni [9].
Il paradigma centro-periferia
(il centro che produce la periferia) sembrerebbe
quindi mantenere, nonostante la crisi irreversibile
e profonda che lo caratterizza e la necessità
di una sua utilizzazione in termini rinnovati
[10], una cerca rilevanza, perlomeno nel
caso francese e per le ragioni finora illustrate,
per una interpretazione in chiave geografica
degli squilibri nelle città contemporanee
e dei processi di segregazione sociale e
spaziale dei poveri e degli immigrati messi
in atto al loro interno. Sebbene per la
Francia sia stata rilevata, pur in presenza
di una nutrita serie di studi e monografie
sui quartieri di immigrati, la difficoltà
di una generalizzazione dei risultati all’intera
struttura urbana delle grandi città
[11], non si può negare che le cité
siano diventate, in modo assai diffuso,
dei luoghi di vera e propria relegazione,
anche se il problema sociale di cui sono
l’emblema non può essere unicamente
confinato al loro interno.
Al termine di questa lunga
premessa vorremmo prendere in considerazione
la città di Nizza, prossima ai nostri
confini nazionali e a lungo meta di importanti
flussi transfrontalieri e migratori anche
dall’Italia. Nizza, in realtà,
è principalmente nota quale centro
principale della Costa Azzurra, destinazione
turistica per eccellenza del sud della Francia,
piuttosto che per le sue caratteristiche
di città d’immigrazione (naturalmente
non solo italiana) e per i suoi quartieri
“difficili”. Aspetti che, peraltro,
vengono celati il più possibile,
con strategie diversificate, allo sguardo
superficiale del turismo di massa. Fra i
quartieri sensibili della regione, l’Ariane,
i cui principali squilibri saranno di seguito
evidenziati, per cercare di cogliere più
da vicino, e in riferimento ad un caso concreto,
alcuni degli aspetti peculiari che caratterizzano
le periferie francesi, è senza dubbio
un caso emblematico, che colpisce fortemente
chiunque osservi Nizza appena al di là
della rappresentazione patinata proposta
allo sguardo del visitatore di passaggio.
E’ il turismo, dunque,
l’elemento centrale su cui si basa
la costruzione dell’identità
nizzarda e della sua cultura locale, a partire
dai fasti ottocenteschi dei soggiorni climatici
invernali, dai quali ebbe origine l’invenzione,
nel 1887, della denominazione “Costa
Azzurra”, coniata da Stephen Liégeard,
che svernava abitualmente a Cannes, per
designare la dolcezza del clima di questi
luoghi in opposizione alle temperature più
rigide dell’Europa continentale. E’
solo dagli anni Sessanta del Novecento,
con l’avvento del benessere diffuso
e la trasformazione della clientela turistica,
che il turismo estivo ha superato, per dimensioni,
quello invernale e Nizza è diventata,
da antica capitale del turismo climatico
d’inverno, la “capitale di una
Costa Azzurra ormai sinonimo di sole e di
piaceri balneari”[12].
Si è intensificata in quegli anni
una politica del marketing territoriale,
nell’accezione che conosciamo oggi,
che ha portato ad un crescendo di attenzione
verso le caratteristiche locali da offrire
ai mercati globali, dalle bellezze del territorio,
esaltate dalle strategie di promozione mediatico-pubblicitaria,
agli aspetti tradizionali, a volte reinventati
ad esclusivo uso turistico [13].
Veduta
della Vieux Nice, www.nice-coteazur.org
Ed è proprio a partire
dagli anni Sessanta, terminata la fase della
ricostruzione post-bellica, che si è
assistito, in Francia, ad una nuova ripartizione
spaziale della popolazione immigrata, sulla
base delle trasformazioni urbane e industriali
in atto nel paese. La regione Provence-Alpes-Côte
d’Azur, le cui trasformazioni in quegli
anni sono state, come abbiamo visto, in
gran parte legate al crescente sviluppo
dell’industria del turismo, nel censimento
della popolazione del 1975 risultava terza
per numero di stranieri, dopo le regioni
parigina e del Rodano, e prima per numero
di naturalizzazioni. A Nizza, su una popolazione
totale di 437 mila persone, gli stranieri
a quella data erano 38 mila e fra essi gli
italiani, con oltre 14 mila presenze, rappresentavano
ancora il gruppo più numeroso, seguiti
da algerini, spagnoli e portoghesi[14].
Tuttavia, a quella data, gli italiani
non erano più considerati “immigrati”
in senso proprio nella zona di Nizza, non
solo per la nuova posizione assunta dai
lavoratori della Comunità Economica
Europea dopo l’entrata in vigore,
nel 1968, della libera circolazione della
manodopera all’interno dei paesi aderenti,
ma in particolare perché, come si
legge in un documento ufficiale di quegli
anni, sebbene “una minoranza fra loro
formi un gruppo che conserva un certo numero
di caratteri che permettono di distinguerla
ancora come specifica, (essi) presentano
delle attività molto diversificate
nel tessuto economico del Dipartimento,
un insediamento disperso, una distribuzione
significativa dei redditi e un eccellente
equilibrio fra i sessi. Di fatto, la maggior
parte degli italiani, non riconosce più,
in modo caratterizzato, la propria appartenenza
ad un gruppo. E lo stesso è per il
gruppo degli spagnoli, meno importanti per
numero”[15]. La denominazione di
“lavoratori immigrati” restava
invece una prerogativa dei gruppi che mostravano
ancora un basso equilibrio fra i sessi,
in particolare i tre gruppi nazionali provenienti
dal Maghreb (algerini, marocchini e tunisini),
i portoghesi e i gruppi più piccoli
di jugoslavi, turchi, ecc.[16].
Nel dicembre del 1975 la situazione abitativa
degli immigrati nel Dipartimento delle Alpi
Marittime era ancora drammatica: le bidonville
restavano un fenomeno diffuso (nella sola
Nizza la Prefettura censiva ufficialmente
oltre 2.600 occupanti di baracche, con una
situazione particolarmente difficile nel
campo denominato “Digues des Français”,
che ne concentrava oltre 2.000), ma altrettanto
preoccupante era la situazione rilevata
nei foyer (sorta di pensionati
per singoli) e negli alloggi insalubri occupati
dalle famiglie nei centri cittadini. La
stima del fabbisogno abitativo per fronteggiare
la situazione era imponente: 5.000 posti
da realizzare nei foyer-hotel entro
il 1980 e oltre 1.000 alloggi popolari per
famiglie da erigere nello stesso periodo
[17].
L’accelerazione nello
sviluppo urbanistico del quartiere Ariane
è derivata proprio dagli impulsi
di quel periodo, con un picco nella costruzione
di alloggi sociali collettivi fra il 1967
e il 1977. Era urgente trovare una collocazione
agli sfollati dagli accampamenti di urgenza.
Bisognava risolvere il problema abitativo
dei lavoratori francesi rimpatriati dall’Algeria
dopo l’inizio del processo di decolonizzazione.
Andavano rialloggiati gli abitanti espulsi
dal quartiere centrale della Vieux-Nice
in corso di rinnovamento. Occorrevano soluzioni
abitative per il nutrito gruppo di gitani
che si era installato all’ingresso
Sud del quartiere dando vita ad una sorta
di bidonville. Furono così
oltre duemila gli alloggi da affittare costruiti
in quel periodo secondo la logica dello
stipare il più gente possibile [18]
. E sebbene l’Ariane possedesse
alcuni dei tratti caratteristici di un vero
e proprio quartiere: una piazza principale,
la chiesa, una folta presenza di piccole
case private, l’arrivo massiccio e
concentrato di un così vasto numero
di immigrati e di poveri, respinti dal centro
e concentrati nei brutti e mastodontici
alloggi popolari, contribuì alla
generazione di una crisi, di un processo
di deterritorializzazione,
innescato e aggravato dalle gravi carenze
nell’organizzazione sociale dello
spazio che le autorità cittadine
consegnarono a l’Ariane insieme
al nuovo parco alloggi.
Veduta
satellitare della zona sud de l’Ariane,
con in primo piano i grandi alloggi popolari,www.nice-coteazur.org
Nel 1990, il censimento della
popolazione registrava l’evidenza
dei problemi cresciuti a l’Ariane.
Un’elevata concentrazione di persone
di provenienza straniera, in particolare
maghrebina (gruppo che rappresentava quasi
il 15% degli oltre 13 mila abitanti del
quartiere, ma la presenza di stranieri riguardava
anche italiani, portoghesi e turchi) e un
numero importante di famiglie gitane [19].
Una presenza determinante delle generazioni
più giovani (il 43% degli abitanti
aveva meno di 25 anni, contro il 27% nella
popolazione totale di Nizza). Un tasso di
disoccupazione molto elevato (18% contro
il 13% nell’insieme del comune). Uno
studio recente, della fine degli anni Novanta,
ha messo in luce altri aspetti della situazione
di svantaggio che caratterizza il quartiere.
La sua cattiva reputazione, spesso amplificata
dalla stampa, tanto che l’Ariane è
conosciuto e usato come termine di paragone
nell’intera regione per operare dei
confronti con la peggiore situazione presente
fra i quartieri in difficoltà. Il
conseguente etichettamento che colpisce
in modo pesante l’insieme dei suoi
abitanti, ostacolando l’affrancamento
dalla marginalità anche dei più
capaci. Le carenze del sistema scolastico
(l’unico istituto del quartiere, classificato
come “stabilimento sensibile”,
accoglie quasi il 60% di allievi provenienti
da un tessuto sociale sfavorevole, con una
quota di stranieri superiore al 44%). Infine,
la presenza di bande di giovani teppisti,
che, sebbene stimati come poco numerosi,
minano la condizione di sicurezza del quartiere,
contribuendo con i loro atti violenti, all’allontanamento
dell’insieme della popolazione cittadina
[20].
L’Ariane,
questa lingua di terra ai bordi del fiume
Paillon, che si spinge, al margine
Nord orientale di Nizza, fra i territori
dei comuni di Saint André de
la Roche e La Trinité,
è infatti molto poco frequentata
dal resto della popolazione nizzarda. Allo
stesso tempo la sua esistenza sembra quasi
negata dall’insieme delle istituzioni
della città, in particolare nella
rappresentazione pubblica di Nizza, della
sua storia e delle bellezze del territorio.
Così, ad esempio, la mappa della
città offerta dall’Ufficio
del Turismo, anche nella versione più
estesa disponibile, è “tagliata”
all’altezza del boulevard de l’Ariane,
la principale strada di accesso al quartiere.
Nelle riviste più attente alla tradizione
locale il tema dell’immigrazione straniera,
quando è trattato, si concentra sui
gruppi meno problematici fra quelli presenti:
i russi, ricchi possidenti di lussuosi alloggi
in città, gli italiani, dei quali
si ricordano le usanze dell’inizio
del Novecento, gli armeni, di cui si rievoca
il genocidio perpetrato nel 1915 [21]
. Inoltre, le numerose pubblicazioni su
storia e tradizione locale di Nizza ignorano
l’Ariane, così come
le questioni sociali che attanagliano alcuni
quartieri della città [22].
In una dichiarazione rilasciata dal Sindaco
di Nizza alla rivista Région
citoyenne, a proposito dell’inclusione
de l’Ariane fra i quartieri
denominati come “Zona Franca Urbana”
[23]
egli dichiarava che “la metastasi
non deve superare il boulevard Pasteur”
(arteria viaria situata fra l’Ariane
e il centro cittadino)[24].
Una metafora spaziale estrema, che la dice
lunga sui sentimenti che generano gli impulsi
alla rimozione dei quali abbiamo accennato.
Alloggi
collettivi sulle rive del Paillon
Gli interventi messi in campo
a l’Ariane negli ultimi anni
fanno però registrare alcuni segnali
positivi, come rilevato da parte di componenti
del mondo associativo, fortunatamente vitale
all’interno del quartiere [25].
Da un lato si punta al rafforzamento delle
attività culturali nelle strutture
esistenti. Fra queste un ruolo importante
è rivestito dal Teatro “Lino
Ventura”, una sala da 700 posti, abbinata
ad uno studio di registrazione, costruita
all’inizio degli anni Novanta e recentemente
ristrutturata. Sorto con l’ambizione
di attirare a l’Ariane un
vasto pubblico dall’esterno e di favorire
la mescolanza delle persone, il Teatro ha
dovuto in parte ridimensionare i propri
obiettivi finendo con l’offrire una
programmazione settoriale, rivolta a pubblici
diversificati [26]:
una proposta di musica rap, raï, flamenco,
bene accolta dagli abitanti del quartiere
e di musica classica, rock, jazz, fruita
principalmente da un pubblico esterno, attirato
anche grazie alle precise rassicurazioni
in merito al servizio di vigilanza predisposto
attorno al teatro [27].
Contemporaneamente ha dovuto svolgere, spesso
oltrepassando la propria vocazione originaria
e per supplire alla carenza di strutture
pubbliche, una serie di servizi per la cittadinanza
del quartiere, dall’offerta di spazi
per le recite e saggi di danza dei bambini
e ragazzi, alla messa a disposizione dei
locali per lo svolgimento di incontri pubblici
e riunioni [28].
D’altro lato, proprio per colmare
le carenze di spazi collettivi, gli interventi
nel quartiere mirano anche alla creazione
di nuove strutture. L’“Espace
Django Reinhardt”, un grande
centro multifunzionale con sale attrezzate
per l’arte, lo sport, la musica, è
stato aperto nel 2003 nel cuore de l’Ariane
ed è prevista l’inaugurazione,
nel 2006, del Centro socioculturale “Bon
Voyage”.
Meno significative risultano
invece le azioni per fronteggiare la disoccupazione.
Al fine di sostenere lo sviluppo del tessuto
economico e migliorare il livello di occupazione
nel 1997 l’Ariane è
stata inclusa fra le Zone Franche Urbane
(ZFU), istituite con una legge nazionale
del novembre 1996 di rilancio delle aree
degradate. Fra le altre cose, la normativa
intende intervenire per la ricostituzione
del mercato fondiario e immobiliare nei
quartieri disertati dai potenziali acquirenti.
Allo stesso tempo contiene misure per il
miglioramento delle istituzioni scolastiche.
Sul fronte occupazionale la norma prevede
agevolazioni significative, in termini di
sconti sui versamenti fiscali e della contribuzione
sociale, per le nuove imprese create nelle
Zone Franche, che impieghino almeno il 20%
di lavoratori residenti nel perimetro dell’area
[29].
Su questo versante, tuttavia, i dati non
sono molto confortanti. Secondo uno studio
del 2001, nonostante il numero elevato di
imprese impiantate a l’Ariane dopo
la sua classificazione come Zona Franca
Urbana, il numero di occupati nel quartiere
è divenuto proporzionalmente meno
importante, tanto da far ritenere che le
agevolazioni concesse abbiano sì
avvantaggiato il sistema economico delle
imprese, ma senza costituire uno stimolo
efficace alla creazione di nuovi posti di
lavoro [30].
Il peggioramento della situazione
occupazionale si rileva anche dall’ultimo
censimento generale della popolazione del
1999 [31].
Il tasso di disoccupazione nel quartiere
Ariane è passato dal 18%
del 1990 al 26% del 1999 (contro il 16%
della città di Nizza), con un incremento
del 45% che ha riguardato in particolare
la componente maschile (a Nizza l’incremento
dei disoccupati è stato inferiore
al 4%). La popolazione del quartiere ha
reagito alla difficoltà di vivere
a l’Ariane allontanandosi
progressivamente. Fra il censimento del
1990 e quello del 1999 gli abitanti sono
passati da 13.219 a 11.624 (meno 12%). In
particolare, il 92% del decremento si è
verificato nelle fasce di età fino
a 45 anni, ad indicare l’emigrazione
dei giovani e delle famiglie con bambini.
Quelli che sono restati hanno dimostrato
con l’astensione massiccia dal voto,
nelle ultime tornate elettorali, la propria
disaffezione verso una classe politica percepita
come lontana, incapace di affrontare e risolvere
i problemi di un territorio nel quale convivono
degrado urbanistico e disagio sociale.
Le amministrazioni francesi,
nazionali e locali, affrontano la complessa
problematica delle periferie e dell’inserimento
degli stranieri in modo ambivalente e contraddittorio,
affiancando le politiche di tipo comune,
rivolte alla popolazione generale, ad interventi
specifici rivolti ai soli immigrati [32].
Le azioni decentrate rivolte ai quartieri
in difficoltà, introdotte a partire
dal 1981, sono sì rivolte all’intera
popolazione, ma, a causa dei fenomeni di
concentrazione degli immigrati (e dei francesi
loro discendenti) in questi quartieri, tendono
a favorire l’effetto perverso (non
voluto dagli estensori del progetto che
le introduce) [33]
di stigmatizzare le popolazioni che vorrebbero
aiutare. Tali azioni, come ha osservato
Lepeyronnie [34],
sono spesso una derivazione di dispositivi
nazionali e l’accesso ai fondi da
parte delle municipalità avviene
in assenza di una vera analisi dei bisogni,
analisi compiuta in molti casi solo a posteriori.
Sono esempi di politiche questo tipo la
creazione delle ZUP o delle ZFU (Zone Prioritarie
e Zone Franche Urbane), per il rinnovamento
abitativo e sociale dei quartieri degradati,
e delle ZEP (Zone di Educazione Prioritaria),
per sostenere l’azione educativa nelle
aree con alti tassi di abbandono scolastico.
Anche da questo breve esame del caso de
l’Ariane, sembra emergere,
a nostro avviso, la difficoltà di
includere le periferie nel quadro di diritto
generale vigente nella nazione francese,
con l’effetto di rinnovare il marchio
negativo dal quale i soggetti che le abitano
faticano ad emanciparsi, cosicché
“l’etnicità viene a riempire
il vuoto lasciato da una cittadinanza puramente
formale quando essa è vissuta in
una situazione di «ghetto» o
di marginalità. Essa costituisce
una sorta di inverso della cittadinanza”
[35].
Anche i più recenti progetti sul
fronte abitativo si focalizzano sui grandi
alloggi popolari degradati con propositi
di rinnovamento, ma senza introdurre una
logica di dispersione, probabilmente più
idonea per affrontare i problemi salienti
delle periferie, a cominciare da quello
centrale della scuola e della concentrazione
del disagio al suo interno. Il noto piano
per le banlieue del Ministro della
Città Jean-Louis Borloo, che si propone
di costruire 200 mila alloggi e di rinnovarne
e demolirne altrettanti in Francia entro
il 2008, a l’Ariane porterà
alla demolizione del vecchio gruppo di alloggi
popolari denominato Saint Pierre
e alla sua successiva ricostruzione.
Ora, assunto che le dinamiche
identitarie si dispiegano in rapporto ai
luoghi dell’abitare, a partire da
una territorialità costruita storicamente
dalle pratiche e dai discorsi delle collettività
che se ne curano [36]
, questa marginalizzazione (che, come abbiamo
visto, diventa talvolta negazione) ha riflessi
profondi sui processi di costruzione identitaria
all’interno di queste aree. Lo studio
di Rinaudo ha infatti evidenziato che per
i giovani de l’Ariane il
proprio quartiere rappresenta il luogo nel
quale essi possono sentirsi al riparo dal
respingimento e dall’umiliazione che
subiscono regolarmente quando “scendono”
nel centro di Nizza e allo stesso tempo
lo “spazio di appropriazione collettiva
per tutti quelli che condividono una stessa
identità sociale stigmatizzata: quella
di essere «de l’Ariane»”
[37].
E’ su questi aspetti di produzione
del senso dei territori che forse occorrerebbe
indirizzare le politiche, approntando, insieme
agli abitanti e con la loro fattiva collaborazione
anche nella fase di attuazione, progetti
di riabilitazione delle periferie che possano
consentire ai giovani di pensare al futuro
in relazione all’appartenenza e alla
cura del luogo nel quale affondano le proprie
radici.
Questo articolo si
cita: A. Giardini, Al "centro"
della periferia: il quartiere Ariane
di Nizza, «Storicamente», 2
(2006), http://www.storicamente.org/02giardini.htm
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