Segue
Irene
Di Jorio
Per combattere
le voci del nemico
|
Un modello alternativo: bouche à oreille e
propaganda personale
Una volta verificati
sul campo i limiti che affliggono una propaganda
massiva e sfacciatamente
ufficiale[33], gli uomini di Vichy iniziano
a cercare - avvalendosi, fra gli altri, della
consulenza di non pochi pubblicitari - dei relais alternativi.
Posto, dunque, che il controllo dei media
non basta, l'idea che inizia a serpeggiare
negli ambienti governativi - e fra i tanti
esperti, tecnici e specialisti del loro entourage - è che
sia indispensabile creare, senza troppo clamore,
delle reti «informali» di attivisti addestrati
a contrastare, parola per parola, con un
semplice - ma efficace - metodo bouche à oreille, le voci nemiche.
Da una parte, «grazie ai "pellegrini dipartimentali",
sarà facile conoscere l'esistenza, la natura,
il luogo ove la propaganda degli avversari
del regime si fa più fortemente sentire.
Il Servizio centrale della Propaganda, una
volta informato, avrà così in mano tutte
le carte vincenti per permettergli di preparare
la diffusione [...] delle controffensive»[34].
Dall'altra, per corroborare la sua azione bouche à oreille,
ogni propagandista «avrà il privilegio di
ricevere dal suo capo una specie di bollettino
d'informazioni più completo dei giornali.
Essendo l'uomo meglio informato del villaggio,
sarà ascoltato. Non mostrerà questo bollettino,
ma ne dirà le notizie che, solo più tardi,
appariranno in un settimanale, per esempio,
o che non appariranno mai»[35].
Se dunque alla base di
questo metodo - largamente
sviluppato nei quattro anni di esistenza
dell'État français - sta una ragione
contingente ed emergenziale (segnatamente
l'esigenza di contrastare la propaganda clandestina),
gli uomini di Vichy non mancano di sottolineare
il surplus di efficacia che un simile
sistema può regalare all'azione governativa.
Innanzitutto, sfruttando
la fame di notizie che sempre caratterizza
un regime di censura[36],
esso illude chi le riceve di ottenere informazioni
più autentiche sui retroscena e sui segreti
del potere[37].
In secondo luogo, giocando
sul "faccia a
faccia" e sulla reciproca conoscenza, l'azione
verbale consente al propagandista di adeguare
costantemente la comunicazione al proprio
destinatario, che non è un anonimo uditore,
ma una persona nota, di cui si conoscono
idee, gusti e propensioni[38]. Un principio,
questo, che trova conferme anche nei padri
fondatori della psicologia sociale francese:
le teorie di Gabriel Tarde - il primo che,
sul finire dell'Ottocento, rileva l'influenza
fondamentale esercitata dalla conversazione
sul formarsi delle opinioni[39] - sono infatti
abbondantemente metabolizzate nella Francia
del 1940[40] e, considerata la fretta che
anima gli uomini di Vichy, sprecare parole
per dimostrarne la validità è solo un'inutile
perdita di tempo. D'altra parte, le conferme
storiche della validità di quel modello non
mancano. Poco importa che questa lezione
venga da una storia (quella dei partiti e
delle organizzazioni comuniste) che il regime
non rivendica certo come propria: è il risultato
che conta e, con esso, il riscontro che è «l'azione
diretta della parola [...] che ha fatto il
successo del partito comunista»[41].
Non a caso per allestire e dirigere la rete
vichysta di propagandisti bouche à oreille,
viene scelto un uomo, Paul
Marion,
dotato di tutte le competenze essenziali
per perfezionare quel modello da più parti
consigliato[42]. Ex comunista, responsabile
dell'Agit-Prop del PCF negli anni Venti,
prototipo del rivoluzionario di professione,
gran conoscitore delle tecniche d'«agitazione» e
autore, nel 1939, di un'opera davvero preziosa
sulle strategie di propaganda di Lenin, Mussolini,
Hitler e Franco[43], Marion ha cambiato - nel
tempo - molte bandiere, ma è la sua esperienza
in materia di propaganda "rivoluzionaria" che
lo rende appetibile per il regime.
Nell'inverno del 1940, egli è prigioniero
in un campo tedesco: il regime lo fa liberare
e lo nomina Secrétaire Général à l'Information
et à la Propagande. Sarà lui a mettere
in piedi per Vichy una rete capillare di «delegati
alla propaganda», in buona parte ispirata - anche
se solo per struttura - al modello, per lui
tanto familiare, delle "cellule" comuniste.
Con un distinguo importante: nei sistemi
che Marion passa in rassegna per costruire
il suo modello, l'organizzazione della propaganda
poggia infatti sullo strumento del partito,
che agisce sulla società, per così dire, dall'esterno;
nel sistema che costruirà per Vichy, essa
sarà invece direttamente legata allo Stato.
È dallo Stato che emana la
rete dei propagandisti, l'insieme delle cellule-équipes
che si prefigge, dall'interno,
di pervenire ad una totale integrazione del
corpo sociale[44]; è il Secrétariat
Général che
provvede a selezionare i delegati, oltre
che a nominarli e a raccomandarli presso
le autorità locali; sono apposite scuole - integralmente
finanziate dallo Stato, benché formalmente
indipendenti - ad istruirli e a prepararli
al loro compito; sono cicli di conferenze
sponsorizzati dallo Stato ad aggiornarli
sulle tecniche più fruttuose; e infine è una
gran mole di bollettini,
di opuscoli,
talora di veri manuali, sempre pubblicati
e diffusi dallo Stato, ad illustrare gli
argomenti (cosa dire) e le
strategie (come dirlo) più adatti
alla propaganda bouche à oreille. In
base al principio che la propaganda è «un
mestiere che si acquisisce, e non si improvvisa»[45],
in questo lavoro di propaganda che gioca
proprio su un'apparente informalità, nulla è lasciato
al caso.
Dalla teoria alla prassi
Distribuiti ad ogni livello
della piramide amministrativa (regione,
dipartimento, cantone
e comune), i delegati propagandisti sono
chiamati ad assolvere un doppio compito:
da una parte - parlando con i propri conoscenti
e sfruttando la fiducia insita nei rapporti
informali - devono far passare fra la popolazione
il verbo della Révolution Nationale;
dall'altra, svolgono la funzione essenziale
di informatori, aggiornando costantemente
il governo degli umori della gente.
Definito così, in linea di principio, l'apparato
che deve farsi carico della propaganda governativa,
vari passi sono ancora da compiere per garantire
il passaggio dalla teoria alla prassi. Per
prima cosa (eterno problema dell'État
Français), si tratta di trovare gli uomini;
quindi di identificare luoghi elettivi e
condizioni "contestuali" che concilino la
ricettività dei destinatari, ben sapendo
che l'azione di propaganda deve risultare
discreta, amichevole e confidenziale; infine - e
come logica conseguenza - predisporre tutti
gli strumenti che permettano ai «delegati» di
condurre la loro azione con cognizione di
causa.
Marion ha dalla sua il
vantaggio di aver praticato - non solo studiato sulla carta - quel
modello di propaganda tanto caldeggiato.
La sfida è nondimeno difficile poiché, nonostante
tutte le sue accortezze, egli non può contare ab
initio su una rete di veri propagandistes
professionnels, ma su un "materiale umano" necessariamente
raccogliticcio e che, pertanto, necessita
di un'urgente formazione.
1) Trovare gli uomini. Si
tratta di un compito di somma importanza
e, non a caso, i criteri di selezione sono
fissati con estrema minuzia. Come chiarisce
una circolare del luglio 1941, nello scegliere
i membri potenziali della rete, bisogna contestualmente
tener conto 1) del loro allineamento ai principi
della Révolution Nationale, 2) del
titolo che ricoprono alla testa di organizzazioni
di per sé importanti; 3) dell'autorità morale
di cui sono investiti, 4) dell'influenza
sociale che esercitano realmente e 5) della
loro capacità di entrare immediatamente in
funzione, garantendo «in 24 o 48 ore [...],
la diffusione delle consegne politiche del
governo, in tutte le fasce della popolazione»[46].
Per dirla con l'espressione che, di lì a
pochi anni e in tutt'altro contesto, adotterà Paul
Lazarsfeld, si tratta di opinion leaders,
ossia di soggetti che "mediano", adeguandoli
al quadro dei loro contatti personali, i
messaggi diffusi dai mezzi di comunicazione
di massa. Medici, dentisti, veterinari, avvocati,
preti, insegnanti, ma anche macellai, commercianti,
barbieri. Sono persone che, nel loro ambiente,
hanno frequenti occasioni di incontro e di
scambio: la loro opinione conta e le loro
parole sono ascoltate. In tal senso, la posizione
che occupano nella società li predispone
particolarmente a fungere da potenziali cinghie
di trasmissione per determinati messaggi:
in questo caso, per quelli trasmessi dal
governo.
La circolare non manca peraltro
di offrire una traduzione concreta di questi
indirizzi
apparentemente astratti: in primo luogo,
si deve chiedere il concorso ai rappresentanti
ufficiali della Légion,
del Secours National, del potere ecclesiastico,
dell'Ordine dei medici, degli avvocati e,
in generale, di tutti coloro che sono sinteticamente
definibili come "notabili"; in seconda battuta,
si farà appello ai portavoce delle organizzazioni
operaie, padronali, contadine e delle classi
medie; sarà poi opportuno non dimenticare
i pubblici esercenti, i rappresentanti delle
Camere di commercio, delle Chambres de
Métiers e delle associazioni studentesche,
soprattutto nelle città universitarie[47].
2) Valutare le condizioni contestuali.
Il Secrétariat Général s'impegna a
garantire che il singolo delegato possa operare
in un contesto a lui familiare e ove esso
sia, al contempo, stimato e conosciuto: «Ovunque
ci sia stato possibile, abbiamo lasciato
i nostri propagandisti negli ambienti che
essi conoscono bene, o per esserne originari
o per avervi lavorato»[48].
Ma questa condizione,
per quanto ricercata, non basta. Oltre
alle reti di conoscenze
personali e a quelle del luogo di lavoro,
esistono infatti altre realtà che - per loro
stessa natura - risultano particolarmente
adatte all'esercizio della propaganda: spazi
d'aggregazione, scrupolosamente
indicati in base 1) alla loro alta frequentazione,
2) alla loro eventuale capacità di conciliare
la lettura e 3) di favorire la conversazione
(giudicata, come già detto, fonte prima dell'influenza).
Luoghi dove, per ingannare il tempo, la gente
legge di tutto e dove, per questo, è più facile
toccare persone altrimenti irraggiungibili
dalla propaganda scritta; luoghi ove la gente
chiacchiera di tutto e dove è, dunque, più probabile
che la parola dei propagandisti venga ascoltata.
Nessuna remora di tipo
morale deve frenare i delegati nella scelta
di questi spazi:
se infatti le sale d'attesa di dentisti e
medici figurano al primo posto nella hit
parade dei luoghi d'influenza, in testa alla
classifica si trovano anche ambienti la cui
reputazione è, per lo meno, dubbia. Lucide
al limite del cinismo e in palese contraddizione
con i principi di salute pubblica sbandierati
dal regime, le proposte incentrate sul loro
utilizzo rivelano l'approccio "scientifico" che
anima i responsabili della propaganda di
Stato.
Nell'opera di redressement del
nostro bel Paese [...] sembra opportuno
far partecipare
allo sforzo di propaganda degli elementi
che, in apparenza, non hanno il favore del
Governo, ma che, in ogni tempo, furono dei
preziosi ausiliari nelle differenti evoluzioni
politiche. Facciamo riferimento ai ristoratori
e, in particolare, agli osti, alle osterie
più semplicemente.
Non si tratta, in questo
caso, di mettersi a contrastare l'impresa
per la lotta all'alcolismo,
ma di beneficiare della situazione favorevole
di ricettività offerta dalla clientela dei
locali interessati[49].
Che i paladini della
lotta contro l'alcolismo
lo ammettano o meno[50], osterie e bistrot
sono spazi elettivi di propaganda per una
serie di ragioni: 1) innanzitutto, sono locali
molto frequentati; 2) in secondo luogo, sono
spazi naturali di discussione; 3) inoltre,
i loro gestori (baristi e camerieri) sono
degli ottimi leader d'opinione, potendo spesso
contare su una clientela affezionata e pronta
ad ascoltarli; 4) infine - vero jolly della
situazione - essi conciliano la ricettività poiché,
nell'ebbrezza dell'alcool, è più facile che
gli individui siano bendisposti ad accettare
le "verità" che saranno loro rivelate.
3) Formare i propagandisti. Per
scongiurare le note resistenze che un apparato
dichiaratamente
di Stato susciterebbe presso la maggior parte
dei cittadini, è essenziale che ogni azione
di propaganda risulti spontanea, autonoma
e informale: non a caso, a dispetto della
sua complessa organizzazione, l'apparato
allestito da Marion «non deve avere il carattere
di un Servizio amministrativo propriamente
detto» né apparire «come una sorta di emanazione
dell'amministrazione»[51]. Poco importa che
i suoi propagandisti siano direttamente nominati
dal Secrétariat Général à l'Information e
remunerati «in base alle tabelle di trattamento
e d'indennità applicabili al personale delle
amministrazioni centrali dello Stato»[52]:
essi non sono stricto sensu dei funzionari,
ma dei chargés de mission, revocabili
in ogni momento[53]. «Lo scopo da raggiungere è di
coordinare, condurre e far convergere verso
un risultato comune ogni tipo d'attività apparentemente
spontanea e autonoma, piuttosto che mettere
in evidenza un apparato di Stato»[54].
Come già più volte sottolineato, "informalità" apparente
non significa affatto disorganizzazione o
spontaneismo. Al contrario, proprio per assicurare
la tenuta di questa facciata, è necessario
poter contare su gente preparata, capace
di agire con tatto, intelligenza e padronanza
del mestiere. Una condizione di difficile
realizzazione se si considera che la maggior
parte dei «delegati» non ha alcuna esperienza
in materia. Per "pezzare" queste lacune,
i responsabili della propaganda vichysta
(Marion in primis) agiscono
su più fronti.
a) Opuscoli e bollettini. Innanzitutto,
si tratta di munire i propagandisti di strumenti
maneggevoli che offrano loro una sintesi
autorizzata dei temi da diffondere. È a tal
fine che lo Stato pubblica e distribuisce
opuscoli e bollettini "mirati",
ove si possano velocemente reperire le "pillole
di saggezza" da dispensare a parenti, ad
amici o a semplici conoscenti[55]. Articolati
mediamente su una trentina di pagine, tutti
i bollettini rispettano, in linea di principio,
un'identica struttura, così da facilitare
la fruizione:
1a parte:
Studio dettagliato di un soggetto d'attualità [...]
2a parte: Aggiornamento permanente
sui grandi problemi esposti in precedenza
3a parte:
Cronaca del propagandista, ove saranno
identificati, esaminati e discussi
gli argomenti della contro-propaganda e quelli
che conviene opporle. Non raccomanderemo
mai abbastanza ai propagandisti di render
conto, nei loro rapporti, di tutti i soggetti
sui quali le informazioni in loro possesso
possano sembrare insufficienti e per i quali
desiderino informazioni più precise[56].
Preparati da esperti,
da specialisti navigati e, non di rado,
da ex pubblicitari, questi
libercoli di istruzioni non si limitano,
peraltro, a mere rassegne di parole d'ordine,
ma s'incaricano di illustrare quali siano
le strategie discorsive più adeguate alla
conquista dell'uditorio (o del semplice interlocutore).
Un modo efficiente per evitare che, in mancanza
di direttive, qualche zelante agitatore s'imbarchi
in una propaganda fai-da-te assolutamente
rischiosa.
b) Scuole quadri. In
secondo luogo, simulando le condizioni
dell'azione sul campo,
bisogna assicurare ai militanti la possibilità di
fare un po' di pratica. È per questo che,
fin dal maggio 1941, Marion chiede al Governo
di dare al Secrétariat Général i mezzi
materiali per creare una école du militant[57].
Rapidamente allestita nella ridente località del
Mayet de Montagne e integralmente finanziata
dallo Stato, l'École
Nationale des Cadres Civiques è in
linea con la facciata di spontaneità che
deve caratterizzare la propaganda governativa[58]:
lungi dal palesare la sua natura di indispensabile
appendice ministeriale, essa figura infatti,
sulla carta, come una «libera associazione»,
l'Association pour la formation des propagandistes
de la Révolution Nationale, appunto[59].
Per ogni stage (la cui
durata è compresa
fra i 15 giorni e il mese), la scuola dà ospitalità ad
una quarantina d'allievi, impegnandoli in
lavori di tipo intellettuale (corsi, conferenze
e gruppi di studio), in esercizi pratici
e in attività sportive (notoriamente utili
per "fare gruppo"). Come sottolinea Marion
in un rapporto del 1942, la maggior parte
degli insegnamenti riguarda «le diverse tecniche
di propaganda (redazione di un articolo,
di un volantino, di un manifesto, preparazione
di un discorso, ecc.)»[60].
Una volta terminato il
corso intensivo al Mayet de Montagne, gli
allievi vengono inseriti
in un sistema di "formazione permanente",
che prevede un aggiornamento regolare. Per
ogni conferenza di un certo spessore, il Sécrétariat
Général si fa carico di produrre un'edizione
a stampa, suscettibile di diffusione ben
oltre la stretta cerchia dei partecipanti[61],
mentre un apposito bollettino mensile (stampato in un migliaio di copie per la
sola zona libera) funge da organo di contatto
e di collegamento fra l'Ecole e gli
ex stagiaires[62]. Materiali che forniscono
la base per un costante perfezionamento,
tecnico e dottrinale, di quanti siano passati
dal Mayet de Montagne.
c) Istituti scientifici. Infine,
tenuto conto che, nonostante tutto, il regime
aspira a durare, è indispensabile
accumulare un bagaglio di conoscenze che,
trasformando la propaganda in una scienza
vera e propria, consenta ai governanti di
perfezionare il controllo e l'orientamento
dell'opinione. Nato nel gennaio del 1942
per iniziativa di Marion[63], l'Institut
d'Études Politiques et Sociales (IEPS)
si aggiunge, in tal senso, alle altre strutture
destinate a ottimizzare la resa della propaganda,
caratterizzandosi nondimeno per la sua vocazione "scientifica" e
per l'attenzione riservata agli ambienti
intellettuali ed eruditi.
Per oltre due anni, i
ricercatori dell'istituto
si dedicano a studiare la propaganda degli
altri paesi (e delle epoche passate) per
elaborare un sapere scientifico, capace di
garantire all'azione del Secrétariat Général un «sicuro
successo». Spaziando dalla propaganda sovietica
alla pubblicità commerciale americana, fino
alle grandi campagne dei partiti fascista
e nazionalsocialista, i lavori prodotti mirano
ad un obiettivo essenzialmente pratico: identificare
un insieme di regole e principi destinati
ad un utilizzo politico immediato. Le pubblicazioni
e i convegni dell'istituto non si limitano
peraltro ad un pubblico di pochi eletti:
i «delegati alla propaganda» ne sono infatti
i principali utenti.
4) Monitorare. Se,
dunque, non lesina strumenti per provvedere
alla loro formazione,
dall'altra, è altrettanto vero che, sul rendimento
dei delegati, il governo esercita un monitoraggio
attento. Lo attesta chiaramente la mole di
schede e di questionari che, a partire dal
loro insediamento, essi devono compilare
e inviare ai servizi centrali.
Da una parte - problema che
assilla non poco i responsabili del settore - si
tratta di conoscere con precisione quale
sia il
profilo dei propagandisti, così da poterlo
sfruttare nei luoghi, negli ambienti e nelle
circostanze più idonei. È in tal senso che,
già nel settembre 1941, il Secrétariat Général spedisce
ai delegati dei questionari: nelle intenzioni
dei servizi centrali, le informazioni così raccolte
permetteranno di avere un quadro completo
(e uno schedario uniforme) dell'organizzazione
a tutti i suoi livelli. Oltre ai dati anagrafici
e alla zona d'attività, lo stampato chiede
di specificare i seguenti campi: 1) professione,
2) situazione di famiglia, 3) ex combattente
(1914-1918; 1939-1940), 4) origine e attività politica
(nel passato e nel presente), 5) attività sociale
(nelle organizzazioni professionali, sindacali,
sportive, ecc.), 6) considerazioni ed influenze
nel suo settore[64].
Elementi utili per valutare in che ambiente far
operare il propagandista, così da non incorrere
in resistenze.
Dall'altra parte, i servizi centrali hanno
bisogno di capire quali siano i risultati,
i pregi e i difetti delle varie iniziative
di propaganda. Per questo, oltre ad organizzare
incontri periodici a Vichy - ove i delegati
possano fare rapporto delle attività svolte[65] - il Secrétariat si
preoccupa di effettuare controlli costanti
sul loro operato. Sintomatiche sono, in tal
senso, le molteplici circolari che accompagnano,
seguendola passo passo, l'organizzazione
delle varie forme di proselitismo[66].
Se dunque il Secrétariat Général non
manca di sorvegliare l'operato dei delegati,
questo è solo il primo gradino di una catena
di monitoraggio ramificata e capillare. A
conferma della spinta scientificità che si
vuole dare all'impresa, è forse utile ricordare
che, nel 1941, annunciando il varo di un
servizio di
documentazione e di controllo dell'opinione pubblica in zona
occupata, Marion si sente di specificare
che esso sarà allestito «nello spirito del
sistema Gallup»[67]. Di pulsione scientifica
si può, d'altronde, parlare, per l'intero
progetto. Prova ne sia l'istituzione, al
fianco dei servizi generali di propaganda,
di un apposito Bureau d'études et de conception «ove
degli specialisti della pubblicità tramite
manifesti, disegni, campagne stampa e radio,
ci apportano il loro concorso tecnico e i
loro suggerimenti»[68].
La logica che anima il
progetto è assolutamente
lineare e conforme ai più moderni piani di
ingegneria sociale: definito il fine da perseguire
e studiato il contesto in cui esso deve avere
corso, s'identificano - sulla base di un know-how tecnico
di alto profilo - i mezzi più consoni. Dati
questi presupposti "teorici", il sistema
allestito a Vichy è formalmente perfetto:
1) esso riposa su analisi scientifiche, recuperando
assunti della psicologia, della sociologia
e della psicologia sociale; 2) esso si basa
su una conoscenza meticolosa dei luoghi e
degli individui cui la propaganda debba essere
rivolta; 3) esso tende, in tal senso, a costituire
un repertorio di regole precise e tuttavia
adattabili ai differenti contesti; 4) esso
si preoccupa di controllare l'applicazione
delle sue regole, di
misurarne i risultati e di registrarne
le condizioni di efficacia.
È l'immagine del moderno «Stato giardiniere» che
affiora, vedendo nella società sottoposta
al proprio controllo un oggetto di sistemazione
del terreno, di coltivazione delle piante
desiderabili e di eliminazione delle piante
infestanti[69]. La propaganda è, in tal senso,
l'altra faccia dell'esclusione e della repressione:
se le erbacce vanno sradicate senza pietà,
le piante desiderabili (i "bravi francesi")
vanno invece curate, raddrizzate, preservate
da nocive contaminazioni. Tramutata in scienza
del controllo delle coscienze, la propaganda
assume così - per gli uomini di Vichy - i
lineamenti di una cura infallibile, grazie
alla quale «il popolo potrebbe essere pressoché chiuso
in un vaso»[70].
Oltre il cane di Pavlov
Non sarà così. A dispetto dei mezzi imponenti
e della presunta scientificità del sistema,
le "erbacce" continueranno a crescere né gli
uomini di Vichy saranno ignari del progressivo
scollamento dell'opinione dal regime[71]:
monitorata, misurata, sorvegliata, l'opinione
si rivelerà molto meno malleabile del previsto.
Senz'altro, la propaganda non riuscirà a
chiuderla «in un vaso».
Innegabilmente, nell'estate del 1940, le
parole d'ordine e le rappresentazioni fondative
di Vichy riescono a soddisfare il bisogno
di certezze e di rassicurazioni che pervade
la massa dei francesi. Il nuovo regime non
ammette interrogativi, dubbi o divisioni:
il suo dominio è quello delle affermazioni
categoriche. Esso discrimina il bene dal
male, identifica i colpevoli, dispensa punizioni.
Di più, presentandosi come il sommo garante
della coesione nazionale e trasformando i
comportamenti di esclusione nel fondamento
stesso del redressement che vuole
imprimere al paese, l'État français assicura
salvaguardia, protezione ed unità ai "bravi
francesi". Il terreno scelto è nondimeno
instabile. Assimilare Vichy all'unità nazionale è infatti
un'arma a doppio taglio: se il regime non
riesce a garantire la realtà di questa unità,
l'immagine si lacera e il fallimento è assicurato[72].
Come già sottolineato,
fin dal 1940, i governanti si accorgono
che, pur contando su una diffusione
massiva, i principi della Révolution Nationale non
riescono ad imporsi sulle difficoltà materiali
che fanno dell'autoconservazione il primo
pensiero dei cittadini. A questo si aggiunge
la constatazione che, nonostante i reiterati
messaggi di propaganda antibritannica, la
maggioranza della popolazione resta favorevole
alla causa inglese: e questo non tanto per
un amore sperticato verso i britannici, ma
per un'esplicita avversione nei confronti
della Germania[73].
Nel 1941, una serie di
eventi - esterni
ed interni - contribuisce a rafforzare questa
linea di tendenza. L'estendersi della guerra
(nei Balcani, in Grecia, in Nordafrica, in
Siria e, soprattutto, in Unione sovietica)
amplifica le inquietudini della popolazione,
decisamente contrariata dal rilancio della
politica di collaborazione operato dall'ammiraglio
Darlan. Problemi che si saldano,
all'interno, con un forte aumento della repressione - il
secondo Statut des Juifs del 2 giugno
1941, la creazione di sezioni speciali presso
le corti di giustizia, le rappresaglie contro
le prime azioni dei resistenti - e con un
serio peggioramento della situazione economica
e sociale, ove l'estendersi dei vincoli,
le requisizioni attuate in modo crescente
dai tedeschi, il razionamento dei viveri,
l'aumento vertiginoso dei prezzi e la pratica
diffusa del mercato nero creano un clima
di perenne scontento ed un esacerbarsi dei
conflitti sociali[74]. Come sottolinea il
delegato del Puy de Dôme, nel giugno del
1941:
Tutti aspirano a qualcosa
che sia l'unità francese
e non trovano niente di simile. Le grandi
idee spariscono davanti alle necessità del
ventre, che è la questione fondamentale dell'ora
presente[75].
Se gli anni fra il 1940
e il 1941 rappresentano la fase di rodaggio
della "fabbrica del consenso" vichysta,
nel 1942 si può dire che l'apparato complessivo
concepito da Marion sia ormai giunto all'organizzazione
definitiva. La macchina è centralizzata e
capillare, ramificata e flessibile, guidata
da tecnici virtualmente accorti e collaudati.
Essa segna indubbiamente un passo in avanti
rispetto alle precedenti esperienze di monopolio
statale in materia di informazione e propaganda:
aspirando al controllo degli opinion leaders,
il regime tenta infatti di ovviare agli ormai
noti limiti dei media di massa. I modelli
elaborati dagli esperti del settore vanno
ben oltre gli assunti della teoria ipodermica
resa celebre dai fascismi europei: individuando
le barriere psicologiche e sociali che possono
frapporsi all'azione di propaganda, riconoscono
la non linearità dei processi comunicativi;
classificando le peculiarità (culturali,
economiche, sociali, ecc.) dei vari riceventi,
organizzano le loro campagne sulla base di
questi fattori; facendo tesoro di ogni più moderno
ritrovato della psychopolitique, essi
adattano tecniche e messaggi a contesti e
circostanze. Aggrappandosi ad un'epistemologia
di taglio positivista e comportamentista,
essi vedono la massa dei cittadini come un
aggregato malleabile, nella cieca convinzione
che, con una buona propaganda, non sia poi
così impensabile sostituire ai «riflessi
condizionati democratico-repubblicani i nuovi
riflessi Révolutionnaires-Nationaux»[76].
Eppure l'opinione non segue.
Anzi, comincia ad andare in un'altra direzione.
Le linee di dissenso emerse nel 1941 si rafforzano.
Nel 1942, il ritorno al potere di Pierre
Laval, la sua politica sfacciatamente
filotedesca, l'attuazione della Relève
e la violenza della repressione antisemita
consolidano i motivi di rifiuto e, con essi,
un distacco progressivo della popolazione
dalla politica di Vichy. I rastrellamenti
e gli arresti di massa dell'estate del 1942
mostrano chiaramente che non solo il regime è complice
della Germania, ma lavora al suo servizio[77].
Contestualmente, alla Relève e, poi,
al STO (percepiti come altrettante forme di deportazione)
si sommano le misure
di requisizione che, toccando ormai la massa
dei francesi, erodono un'altra componente
fondamentale dell'autorappresentazione vichysta:
la funzione protettrice che il Maresciallo
e l'État Français pretendono di assicurare
ai cittadini[78].
Nel novembre del 1942, l'invasione tedesca
della zona non occupata non fa che confermare questa evidenza[79].
Formalmente perfetto,
l'apparato della propaganda
di Stato si scontra con ostacoli enormi e
soprattutto con l'inconfessabile constatazione
che, a dispetto dell'armistizio del 1940,
la guerra continua sul suolo francese. Persuasi
di poter modificare la realtà con le sole
armi del mito, gli uomini di Vichy si accorgono,
piano piano, che il mito diventa bugia se
non esprime bisogni e speranze condivisi
dalla massa:
Quando si vuole persuadere
un pubblico, bisogna agire su uno dei suoi
moventi essenziali,
la speranza, materia prima della propaganda.
Ora, la speranza dei francesi è prima di
tutto la partenza dei tedeschi[80].
Per dar ragione di questo
dato palese, i responsabili della propaganda
si barricano,
tuttavia, dietro una spiegazione "interna",
come se fosse una lacuna - superabile - del
loro apparato a determinare la crescente
animosità verso il regime. Cercano allora
di capire quali ne siano le falle i punti
di debolezza.
Innanzitutto, rilevano
che non sempre i delegati-propagandisti
riescono a presentarsi
come dei veri leader d'opinione, presentando
capacità relazionali molto inferiori a quelle
richieste dal loro compito[81]. Nonostante
i criteri meticolosamente definiti dal centro, è infatti
soprattutto il fattore "tempo" ad orientare
la scelta del personale impegnato in questo
settore. In tal senso, accade spesso che
gli uomini che si trovano alla testa della
propaganda dipartimentale non siano quelli "più adatti",
ma semplicemente quelli immediatamente disponibili[82].
In secondo luogo, non
sempre i delegati dipartimentali sono animati
da quella "vocazione
alla propaganda" che il Secrétariat Général pretenderebbe
da loro. In una situazione drammatica come
quella della Francia di quegli anni, non
vanno infatti trascurati i vantaggi e i confort che una simile attività può arrecare:
telefono gratuito, benzina gratis, cancelleria
a volontà, trasferte pagate, spese varie
per il lavoro d'ufficio, con l'aggiunta che,
esercitando un controllo diretto sulle donazioni
fatte ai Comitati di propaganda, i delegati
possono agevolmente intascare del denaro
senza che nessuno se ne accorga. Se a questo
si aggiunge che - quando lo stipendio di
un operaio specializzato si aggira sui 1.300
franchi al mese - un delegato dipartimentale
percepisce mensilmente un netto che va dai
3.019 ai 3.337 franchi (cui si sommano, per
chi abbia figli, le indennità previste dalla
legislazione familiare)[83], si può concludere
che fare il delegato è una buona opportunità per
sbarcare il lunario. Una motivazione sensata,
ma non certo sufficiente per impegnarsi anima
e corpo in un compito che richiede comunque
impegno e spirito d'iniziativa.
In terzo luogo, e come
logica conseguenza di questi vizi, la rete
dei propagandisti
non svolge bene la sua missione, anzi, secondo
alcuni, non la svolge affatto e questo nonostante
la consegna imperativa ed essenziale «di
rispondere alle innumerevoli voci menzognere
(bobards) diffuse dagli anti-governativi».
In generale, si ritiene
che la propaganda parlata sia, dal lato
governativo, praticamente
inesistente. Molti sono convinti che un'organizzazione
di questo tipo non sia stata messa in piedi.
Altri pretendono, non senza humour che «se
esiste realmente, essa deve essere molto
ben fatta, giacché nessuno lo sospetta».
/ Negli ambienti nazionali, si deplora questa
presunta carenza, poiché l'opinione è che
la propaganda parlata costituisca uno dei
mezzi più efficaci e più sicuri[84].
Infine - dicono gli uomini
di Vichy - la
propaganda nemica è organizzata in modo eccellente,
conta su un gran numero di agenti preparati
(oltre che motivati) e, in più, presenta
messaggi
chiari e "di facile presa".
La resistenza armata è ormai visibile anche
sul suolo francese. Il regime cerca di far
leva sulla paura per impedire un radicarsi
del fenomeno, ma i resistenti, con le loro
azioni, contribuiscono a demolire ulteriormente
l'autorappresentazione vichysta: 1) il regime
dice di essere garante dell'ordine: eppure
i colpi di mano e gli attentati provano che
non è in grado di garantirlo; 2) il regime
pretende di essere uno scudo protettore contro
lo strapotere tedesco: eppure i tedeschi
imperversano, uccidono, deportano; 3) il
regime si proclama interprete dell'identità nazionale
e dell'unità francese: eppure le divisioni
si fanno, ogni giorno, più evidenti ed insanabili[85].
Con il lacerarsi di quel consenso che, nel
1940, era sembrato plebiscitario, la vena
repressiva del regime viene in primo piano
e, dal gennaio del 1943, con l'istituzione
della Milice ci si avvia verso uno
stato poliziesco. La Resistenza comincia
tuttavia a dare la prova di una scelta diversa
e ad aggregare i consensi su questa scelta.
A partire dall'estate del 1943, seppur con
sfumature diverse, l'opinione passa da un
attendismo ostile a Vichy ad un attendismo
complice con la Resistenza[86]. I servizi
di controllo dell'opinione lo sanno bene:
nel loro tentativo di metabolizzare questo
dato lampante, si scervellano sugli errori
della propaganda governativa, sui mezzi necessari
per contrastare i bobards nemici, sulle risorse indispensabili al varo
di nuovi programmi o al rilancio dei vecchi.
Delegati propagandisti,
tecnici pubblicitari, "scienziati
dell'opinione" accumulano analisi su analisi,
redigono studi minuziosi, vagliano pregi
e difetti dei fogli clandestini, ne traggono
regole, principi, ricette. Ognuno fa la sua
diagnosi e avanza proposte avveniristiche
per contrastare l'influenza nefasta della
propaganda nemica. Certi si rassegnano all'evidenza,
imputando all'altrui superiorità le ragioni
dello scacco; ma i più restano convinti che,
individuate le parole giuste e i mezzi adeguati,
sia ancora possibile invertire la rotta.
Ancora nel maggio del 1944, quando ormai
infuria la guerra civile, gli specialisti
del settore vanno alla ricerca di quelle
leggi invarianti che, tramite la manipolazione
di immagini e simboli, permettano di controllare
i comportamenti degli individui[87]. Nonostante
l'impegno profuso e la fiducia cieca nei
mezzi adottati, dovranno rassegnarsi all'idea
che l'opinione non è il cane di Pavlov.
Si può per questo parlare di un «fallimento
della propaganda» vichysta? Per quanto giustificabile,
la domanda è mal posta, presupponendo almeno
due abbagli metodologici: da una parte l'idea
che le opinioni, gli atteggiamenti e le scelte
degli individui siano il mero risultato di
una propaganda o di un conflitto fra propagande;
dall'altra (e di conseguenza), l'idea che
l'assenso dell'opinione nei confronti di
una determinata politica provi inconfutabilmente
l'efficacia della propaganda che l'ha sostenuta
e che, a contrario, i segni di resistenza
siano la dimostrazione del suo fallimento.
La realtà è ben più complessa. I governanti
di Vichy cercheranno di ingabbiarla nei loro
schemi, nei loro modelli, nei loro progetti
annunciatori di meraviglie, ma il presunto
automatismo fra stimoli di propaganda
e risposte dell'opinione si rivelerà fallace.
Se infatti è vero che la propaganda fa parte - insieme
agli strumenti repressivi - dell'enorme arsenale
di mezzi destinati al controllo e alla sorveglianza
degli spiriti, è altrettanto vero che, per
quanto totalitaria, essa non è mai l'unico
agente d'influenza sociale. Anche nelle situazioni
estreme di condizionamento, anche ove sia
un progetto deliberato di intervento sulle
coscienze, essa non basta a render conto
linearmente delle scelte degli individui:
scelte che mal si adattano alle spiegazioni
monocausali. Tempi, luoghi, eventi esterni,
eventi interni, bisogni materiali, interessi
politico-sociali, paure, speranze, valori,
ideali hanno e conservano un peso essenziale,
smentendo quelle visioni apocalittiche (o
terribilmente integrate) secondo le quali
al potere politico basterebbe disporre di
una buona propaganda per togliere a uomini
e donne ogni capacità di giudizio. Tanto
più che - come dice Pol Quentin in un manuale
abbondantemente sfruttato dagli uomini di
Vichy - la propaganda non può servirsi solo
di simboli e parole, ma ha bisogno di "atti",
di "dati concreti" che confermino le sue
parole d'ordine[88]. In tal senso, quando
fra la "realtà" pubblicizzata e quella concretamente
vissuta subentra un'evidente discrasia che,
supportata dalle difficoltà quotidiane e
dalle voci dissidenti, diviene di giorno
in giorno più lampante, non c'è "argomentazione",
strategia discorsiva o tecnica di diffusione
che tenga. La propaganda non basta. Ciò non
significa, beninteso, ridurla ad un fattore
secondario, ma semplicemente ricordare che
il suo impatto non è né automatico né meccanico,
senza per questo poter essere notevole. Allora
come oggi.
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