Marco Rizzi
Morfologia e retorica dell'anticristo |
Se si dà una figura che,
per antonomasia, ha identificato nella
cultura occidentale il nemico,
questa è certamente quella dell'anticristo:
non un qualsiasi avversario, bensì l'antagonista
dello scontro decisivo che si consumerà nei
tempi finali della vicenda di questo mondo.
Da una tale identificazione si è ingenerata
una delle retoriche più efficaci e perciò sfruttate
nel corso dei secoli per la caratterizzazione
ultimativa del nemico che di volta in volta
ci si trovava a combattere, fosse l'impero
o l'imperatore, il papa o Lutero, lo zar
o il dittatore di turno. Non è quindi senza
significato, per lo scopo che ci si prefigge
qui, cercare di cogliere come e quando abbia
preso forma per la prima volta un simile
strumento per l'individuazione e la costruzione
di una tale figura.
Al proposito, la corrente
storiografica prevalente e consolidata
considera che in
essa confluisca tutta una serie di precedenti
tradizioni e idee, riconducibili ad un mito
cosmico-escatologico che affermava l'incombenza
e l'ineluttabilità dello scontro finale contro
un nemico di origine sovrumana (il drago
del mito babilonese). In questa luce, l'anticristo
dei cristiani non sarebbe altro se non l'ultima
e più articolata declinazione di una tale
vicenda, variamente espressa nell'Antico
e soprattutto nel Nuovo Testamento, nelle
sezioni apocalittiche dei vangeli sinottici,
nella seconda lettera ai Tessalonicesi e
in special modo nell'Apocalisse[1].
Se però si abbandona una tale precomprensione
e non si dà per scontata l'esistenza di una
generica "idea dell'anticristo" nelle grandi
tradizioni religiose e in quella biblica
in particolare, bensì si resta saldamente
ancorati ai testi degli autori cristiani
dei primi secoli in cui il termine "anticristo" effettivamente
compare, si potrà osservare come la creazione
dell'"anticristo" non si comprenda al di
fuori del formidabile conflitto ermeneutico
che nel corso del II secolo oppose i giudei
ai cristiani e divise gli stessi cristiani - tra
cui vanno ricompresi anche gli gnostici e
i seguaci di Marcione, che solo dopo l'affermazione
della chiesa episcopale potranno essere derubricati
a «eretici» - riguardo a fondamentali questioni
tanto cristologiche, quanto escatologiche:
la natura del Regno annunziato da Cristo,
il significato della sua attesa e i tempi
della sua venuta, il ritardo della parusia
e gli avvenimenti destinati a precederla.
In questo senso, allora,
l' "anticristo" si
viene delineando in un preciso tornante storico
tra la fine del II e l'inizio del III secolo,
al crocevia di conflitti interni ed esterni
vissuti dalle comunità cristiane. Il dato
qui più interessante è che alla soluzione
di tali conflitti abbia contribuito la costruzione
della figura di un "nemico", la cui collocazione è però dislocata
in un futuro tutt'altro che prossimo; per
i cristiani sottoposti ora alle persecuzioni
del potere imperiale ora a conflitti scismatici
ed eresiologici, la retorica dell'anticristo
rappresentò paradossalmente un sostegno fondamentale:
sapere che i mali con cui essi avevano a
che fare erano i medesimi che gli eletti
avrebbero dovuto affrontare contro l'ultimo
nemico, in vista della imminente e definitiva
liberazione, non poteva che essere motivo
di consolazione e di resistenza di fronte
all'infuriare della tribolazione.
Se infatti ci si muove
in una prospettiva scevra da precomprensioni
testuali, si vede
come l'"anticristo" di cui si parla nelle
lettere di Giovanni (unico luogo
del Nuovo Testamento in cui compaia il termine)
non sia una generica figura antimessianica,
analoga o riassuntiva di quelle presenti
nella letteratura precedente o coeva, ma
indichi specificamente chi si oppone alla
esatta comprensione della persona storica
di Gesù Cristo e alla fede a ciò connessa;
se davvero, come vorrebbe la linea interpretativa
predominante[2],
l'autore della prima lettera di Giovanni
avesse condiviso l'idea, largamente diffusa,
della figura escatologica antimessianica
non si vede perché avrebbe dovuto ricorrere
al conio di un termine così peculiare. Viceversa,
se testi più o meno coevi come la Didaché,
oppure di poco posteriori come il Dialogo di
Giustino, davvero si riferissero (implicitamente)
al medesimo concetto e rimontassero ad un
sostrato comune, risulterebbe ben strana
l'assenza in essi della benché minima traccia
del termine anticristo, che compare solo
ad opera di Ireneo, cioè nella seconda metà del
II secolo. In realtà, l'unico altro scritto
in cui il termine è presente, immediatamente
posteriore all'epistolario giovanneo e da
questo con ogni probabilità dipendente, la
lettera ai Filippesi di Policarpo di Smirne,
non ne mostra alcuna implicazione escatologica,
e anzi lo lega ancora una volta ad una specifica
polemica dottrinale, del tutto in continuità con
l'interpretazione che viene qui avanzata
dell'epistolario giovanneo.
Al momento della sua
comparsa, dunque, il termine "anticristo" non pare avere alcuna
connotazione escatologica né essere direttamente
riconducibile alla vasta congerie di temi,
tradizioni e testi che si agitavano nel mondo
ebraico, o più generalmente mediorientale,
in relazione alle speculazioni escatologiche
o messianiche. Ancora alla coscienza di autori
della prima parte del III secolo era ben
presente il preciso significato eresiologico
del termine "anticristo" dell'epistolario
giovanneo, come confermano due passi del
trattato di Tertulliano Sulla prescrizione
degli eretici[3], datato al 200-202,
di cui il secondo costituisce un vero e proprio
catalogo delle eresie correnti all'epoca
apostolica. Pure Origene, redigendo tra il
240 e il 250 il suo commento al Vangelo di
Matteo (nella parte che qui interessa giuntoci
grazie ad una traduzione latina, nota come Commentariorum
series in Matthaeum), si limita ancora
ad associare il significato dell'espressione
ad alcune specifiche eresie[4],
estendendolo più in generale ad ogni interpretazione
deviante ed ereticale della Scrittura.
E' del tutto evidente, però, come questa
originaria linea di utilizzo del termine "anticristo" sia
risultata residuale a partire proprio dal
terzo secolo, per essere progressivamente
marginalizzata da un uso del termine che
individuava invece una precisa figura escatologica
che si opponeva alla venuta di Cristo alla
fine dei tempi, quella appunto dell'"anticristo".
Decisivo diventa dunque individuare quando
e perché - e se possibile ad opera di chi - sia
stata operata la sovrapposizione della tematica
escatologica ad un termine che, invece, nasce
e persiste con tutt'altra connotazione.
A parere di chi scrive, è stato Ireneo,
vescovo di Lione nelle Gallie negli ultimi
decenni del secondo secolo, ad elaborare
i tratti della sua figura anticristica in
stretta correlazione con la polemica cristologica
da lui condotta contro lo gnosticismo e il
marcionismo in particolare, e per questa
via giunse ad utilizzarla anche per la costruzione
di un'escatologia in competizione con quella
giudaica.
Dal punto di vista della
cronologia, la discontinuità segnata da Ireneo può essere
confermata dall'esame della testimonianza
di Celso che, all'incirca nei medesimi anni
della stesura dell'opera ireneana, compose
un articolato e ben informato scritto polemico
contro i cristiani (il Discorso vero),
da cui si può cogliere come a quell'altezza
di tempo l'avversario trascendente cui si
riferivano i cristiani fosse del tutto genericamente
il Satana della tradizione biblica, non invece
una specifica figura antimessianica, né quindi
tantomeno l'Anticristo. Curioso indagatore
di giudaismo e cristianesimo, buon conoscitore
degli scritti e delle diverse articolazioni
dei due mondi religiosi, Celso ne coglie
il rapporto di derivazione e, sul punto che
qui interessa, sostiene la provenienza dell'avversario
del Figlio di Dio di cui parlano i cristiani
dal concetto giudaico del Satana. Sul fondamento
poi del discorso escatologico di Gesù (Ev.
Matth. 24 e paralleli), destinato a diventare
centrale in tutta la speculazione cristiana
sull'Anticristo, Celso lega la genesi dell'idea
che sta criticando alle effettive persecuzioni
subite dai cristiani: essi, ammoniti e così turlupinati
in anticipo da Gesù, attribuiscono a Satana
le persecuzioni da cui sono afflitti al momento
presente. A sua volta, il satana/diavolo
biblico nascerebbe da una maldestra interpretazione
dei più antichi, e perciò più autorevoli,
miti teogonici della tradizione greca, tra
cui spicca quello dei Titani. Il riferimento
a questo e ad altri combattimenti celesti
della tradizione teogonica mostra come Celso
fosse consapevole delle implicazioni apocalittiche
che i cristiani assegnavano al conflitto
di Gesù e dei cristiani contro Satana; se
solo avesse avuto sentore dell'esistenza
di un "anticristo" in questo specifico contesto
ben difficilmente ne avrebbe taciuto, dato
che la sua argomentazione ne sarebbe uscita
rafforzata e Gesù ben più ridicolizzato.
In ogni caso, in nessun modo si può trarre
da questo passo di Celso la conferma dell'esistenza
di un mito anticristico, in quanto risulta
univoca l'identificazione da parte di Celso
dell'avversario di Cristo con Satana. Nella
sua risposta di circa settant'anni posteriore,
Origene gli obietterà di lasciare da parte
la dottrina dell'anticristo; e in effetti
Celso non solo non la conosceva, ma neppure
poteva conoscerla.
Trascorrendo dal "quando" al "perché" della
comparsa della figura dell'Anticristo, è possibile
seguirne la progressiva genesi nel corso
dei cinque libri della vasta opera di Ireneo,
che inizia quale confutazione delle false
dottrine gnostiche, come dichiarato dal titolo,
per risolversi nella prima esposizione sistematica
della teologia cristiana, al cui culmine
si colloca l'escatologia delineata negli
ultimi capitoli dello scritto.
Pure in Ireneo persistono consistenti
tracce della funzione eresiologica del termine
anticristo;
ancora nel mezzo del terzo libro[5],
polemizzando come già Policarpo contro le
posizioni docetiste, che ritenevano soltanto
apparenti le sofferenze di Cristo sulla croce,
Ireneo ricorre alla definizione di anticristo
delle lettere di Giovanni per bollarne i
sostenitori e mettere in guardia il proprio
gregge. Questo terzo libro è consacrato alla
confutazione delle dottrine
gnostiche e marcionite, e consiste in
una sistematica esposizione dei luoghi, tratti
dall'Antico e dal Nuovo
Testamento, che sostengono le obiezioni mosse
da Ireneo, che risulta così il primo autore
cristiano a porre in organica connessione
le due parti della Scrittura.
Quasi incidentalmente,
a III 6,5-7,2 Ireneo viene a contestare
l'interpretazione che
da parte ereticale veniva data di alcuni
luoghi paolini, in particolare della seconda
lettera ai Tessalonicesi; è in questo contesto
che si opera la prima, esplicita identificazione
dell'Anticristo con «l'empio» che si oppone
a Dio e si innalza sopra ogni altra realtà,
figura che a sua volta Paolo riprendeva dalla
tradizione apocalittica del libro di Daniele.
Grazie alla testimonianza di Tertulliano
(Tert., Adv. Marc. V 16,4-7),
possiamo arguire che il passo di II
Ep. Thess. 2,8 s., veniva utilizzato
da Marcione per sostenere che il Demiurgo,
cioè il dio cattivo dell'Antico Testamento
avverso al Dio buono annunciato da Gesù,
ingelositosi del vero Cristo apparso sulla
terra, ne avrebbe inviato uno proprio caratterizzato
dal potere satanico. Ireneo propone una lettura
di questo passo imperniata sulla considerazione
del modo di scrivere proprio dell'apostolo,
che lo porta a fornire, a suo dire, la vera
interpretazione di questo, come di altri
passi. Ireneo è il primo autore cattolico
di cui possediamo una citazione della seconda
ai Tessalonicesi, in un contesto di esplicita
polemica antimarcionita e antignostica; da
ciò e dalla ricordata testimonianza di Tertulliano
possiamo dedurre che gli gnostici e i marcioniti
dovevano far uso di questo testo paolino
per sostenere volta a volta l'esistenza di
più dèi sopra cui si sarebbe innalzato l'empio
(II Ep. Thess. 2,4) o la futura comparsa
di un inviato del demiurgo in opposizione
allo stesso Cristo. In un simile quadro,
mentre rivendica l'interpretazione ortodossa
del testo paolino, Ireneo compie di fatto
due operazioni gravide di conseguenze: da
un lato, riconduce una figura sin lì problematica
del pensiero paolino, quella appunto dell'oppositore
di II Ep. Thess., ad un'altra, specifica
categoria di uso corrente nel dibattito eresiologico,
l'anticristo giovanneo, cui avrebbe fatto
ricorso ancora pochi paragrafi dopo; dall'altro,
distingue la generica azione di Satana contro
Cristo e i suoi fedeli dalla specifica opposizione
del soggetto satanico di II Ep. Thess. così ridefinito,
la cui azione si colloca ancora, come in
Paolo, in un contesto non ben precisato tra
presente e futuro. Come Ireneo sia giunto
a questa sovrapposizione, che costituisce
una soluzione ad uno specifico problema esegetico
posto da un'istanza esterna, l'interpretazione
gnostico-marcionita di Paolo, rappresenta
un interrogativo che è possibile sciogliere
alla luce del contesto storico in cui il
vescovo di Lione si trovò ad operare e di
cui troviamo una traccia decisiva nel primo
libro della sua opera, laddove si viene a
parlare di Marco Mago, allievo dello gnostico
Valentino, la cui setta era attiva proprio
nelle Gallie in quel periodo. Il passo di
I 13,1, ci è conservato anche nell'originale
greco, oltreché nella versione latina che
ci ha trasmesso l'intera opera ireneana;
vi si definisce Marco «quasi un vero precursore
dell'anticristo»; ma una tale definizione
non ha origine da Ireneo, che la trae da
uno scritto polemico in versi contro il medesimo
Marco Mago, opera di un non meglio precisato «divino
vecchio e araldo della verità», esponente
di quella tradizione profetico-presbiterale
cui si rifà Ireneo per legittimare le proprie
posizioni teologiche. Poco più avanti[6],
infatti, Ireneo riporta il passo in questione,
che suona: «O Marco, fabbricatore di idoli
e esaminatore di prodigi, esperto di astrologia
e di arte magica, con cui sostieni gli insegnamenti
del tuo inganno, mostrando prodigi a quelli
che sono ingannati da te, opere di una forza
che conduce all'apostasia, che sempre ti
consente di compiere il padre tuo satana,
grazie alla potenza angelica di Azazel, trovando
in te un precursore della nequizia avversa
a Dio». E' evidente nelle parole del «divino
vecchio» la presenza simultanea di elementi
della tradizione apocalittica giudaica, sino
alla potenza angelica di Azazel, e di tratti
più squisitamente cristiani; ma decisivo è osservare
come, in un contesto connotato da elementi
che saranno poi costantemente declinati in
chiave escatologica (le azioni magiche, i
prodigi e gli inganni, l'apostasia provocata
da Satana, il ruolo precorritore), il composto
che indica opposizione sia il generico antitheos (lett. «antidio»),
laddove tutto parrebbe indicare che ci sia
ogni condizione perché vi compaia il termine
Anticristo; se ciò non accade, se ne deve
dedurre che al tempo del «divino vecchio» (il
cui attacco a Marco è posteriore alla metà del
II secolo e quindi non molto lontano dall'epoca
di composizione degli scritti di Celso e
di Ireneo), l'anticristo escatologico
non esisteva ancora, e la stessa teoria dell'opposizione
satanica a Dio, legata a prodigi magici e
produttrice d'apostasia, presentava caratteri
escatologici alquanto confusi, se pure li
presentava, nel caso specifico fortemente
giudaizzanti per la menzione di Azazel. E' dunque
Ireneo che modifica l'espressione utilizzata
dal «divino vecchio», riconducendola da una
generica opposizione a Dio ad una specifica
a Cristo, in linea con la tradizione giovannea
e con gli intenti specifici della propria
opera (un trattato antiereticale), senza
caricarne il significato in senso escatologico.
Se dunque dovesse ad altri la propria dottrina
dell'Anticristo escatologico, Ireneo non
l'avrebbe comunque tratta da quella tradizione
dei presbiteri profeti cui appartiene anche
il «divino vecchio» e a cui il vescovo di
Lione sistematicamente riconduce i tratti
più impegnativi delle proprie dottrine; ma
allora, piuttosto che postulare una derivazione
di cui non si riescono ad individuare le
tracce, è decisamente più logico affermarne
una genesi interna alla stessa riflessione
ireneana[7].
Il ripensamento esegetico
di cui abbiamo traccia nel terzo libro,
pur accompagnandosi
ancora alla persistenza dell'uso eresiologico,
apre la strada per una nuova caratterizzazione
del termine "anticristo". Uno degli assi
portanti della costitutiva forza dell'impresa
dottrinale di Ireneo è, come detto, rappresentato
dalla sistematica connessione istituita tra
Antico e Nuovo Testamento, per cui il primo
trova la sua piena realizzazione e la sua
completa esplicazione nel secondo. Viene
così a comporsi il disegno di quella «economia
divina» che dalla creazione e dalla caduta
si snoda attraverso la vicenda del mondo
creato sino alla salvezza e alla definitiva
ricapitolazione di ogni realtà in Cristo.
In questo quadro, risultava imprescindibile
per Ireneo il mostrare come tutte le profezie
veterotestamentarie avessero trovato compimento
o esplicazione nell'opera e nel messaggio
di Cristo: come già negli scritti di Paolo,
il dilazionarsi del ritorno di Cristo e della
conseguente instaurazione del regno costituiva
un elemento di problematicità, se non una
vera e propria debolezza, del discorso cristiano
a questo proposito. Come era infatti possibile
affermare che il messia fosse giunto, se
mancava ogni visibile segno della sua signoria?
E' questo il punto al centro del dibattito
messo in scena alla metà del secondo secolo
da Giustino nel suo Dialogo con il
giudeo Trifone; ai capitoli 80 e 81 vi
si afferma che tra i cristiani risultava
aperto il dibattito se l'instaurazione del
regno messianico di Cristo avrebbe coinciso
con l'inizio di un millennio in cui gli eletti
avrebbero regnato con lui in una Gerusalemme
rinnovata, godendo di ogni bene della terra,
secondo una dottrina propria di alcune correnti
apocalittiche del giudaismo, nota appunto
come millenarismo o chiliasmo, secondo il
termine greco per indicare il numero mille.
E' chiaro, come del resto già rilevava Giustino,
che non accogliere una tale dottrina eliminava
in radice un elemento di problematicità,
permettendo di collocare in una dimensione
più spirituale e trascendente il segno della
presenza di Cristo tra i suoi fedeli. E' questa
la strada seguita dal vangelo e dall'epistolario
giovannei, e da autori come Clemente e Origene.
Ma laddove non si volesse rinunciare alla
visibilità del regno e della nuova Gerusalemme,
il nervo risultava inevitabilmente scoperto.
Non è un caso che l'Anticristo escatologico
abbia la sua culla in un autore, come Ireneo,
che del chiliasmo si fa aperto propugnatore,
ponendo la celebrazione del millennio a conclusione
della propria opera.
Se infatti Giustino si
limitava a legare la seconda venuta di
Cristo alla comparsa
di «un uomo dell'apostasia»[8] che
si sarebbe rivelato persecutore dei cristiani
e bestemmiatore di Dio, Ireneo nel quinto
libro istituisce una serie di sistematiche
corrispondenze tra la figura e le azioni
dell'Anticristo e alcune profezie, in specie
quelle del libro di Daniele, che nella tradizione
giudaica erano strettamente legate ai tempi
della venuta messianica. In questo modo,
Ireneo, come già Giustino, poteva assegnare
la manifestazione gloriosa della messianicità di
Cristo alla sua seconda venuta, e altresì contestare
ai giudei la mancata comprensione dell'esatto
significato delle profezie escatologiche,
che li avrebbe condotti all'erronea identificazione
del messia con colui che ne sarebbe stato
invece l'oppositore e il mistificatore.
L'identificazione escatologica dell'Anticristo
era stata anticipata da Ireneo ancora in
conclusione del terzo libro, laddove, illustrando
la dottrina di Cristo nuovo Adamo che in
quanto tale redime l'uomo dal suo destino
di morte, viene operata una cursoria identificazione
dell'Anticristo con la terza bestia menzionata
dal salmo 90,13: «Camminerai sull'aspide
e sul basilisco e conculcherai il leone e
il drago». Nell'ambito della sua dottrina
della ricapitolazione di tutte le realtà in
Cristo, Ireneo utilizza il passo per connettere
il serpente genesiaco e quello citato in
alcuni luoghi del vangelo di Luca (Ev.
Luc. 10,19) e dell'apocalisse giovannea
(Apoc. 12,9 e 20,2): si tratta ovviamente
del diavolo, destinato ad essere incatenato
per mille anni; aspide e basilisco sono per
Ireneo figura del peccato e della morte prodotti
dalla caduta genesiaca: l'esegesi può essere
completata proprio con l'identificazione
dell'Anticristo nel leone, che permette di
creare una coerente catena che lega il libro
della Genesi, il salmo 90, il vangelo
e l'Apocalisse. Ma è oltremodo significativo
che al di fuori di questo passo l'interpretazione
anticristologica del salmo 90 non abbia avuto
alcun seguito, così come l'uso escatologico
del vocabolo Anticristo non sia mai supportato
dalla citazione delle lettere di Giovanni,
sostituite invece come testi di riferimento
dall'Apocalisse e dalla seconda lettera
di Paolo ai Tessalonicesi e, tra le profezie
veterotestamentarie, da quelle del libro
di Daniele; in altri termini, Ireneo pare
essere giunto solo per strappi successivi
ad una compiuta delineazione della figura
escatologica dell'Anticristo, forgiandola
per la contemporanea spinta, da un lato,
del dibattito cristologico ed esegetico che
lo vedeva opposto a gnostici e marcioniti
e, dall'altro, del conflitto con il giudaismo
per l'appropriazione dell'escatologia millenarista
e per la sua regolamentazione nell'ambito
cristiano. E'infatti questo l'ultimo snodo
fondamentale che va chiarito per comprendere
la logica e le motivazioni con cui Ireneo
costruisce la sua anticristologia.
Sempre nella seconda
metà del secondo secolo,
infatti, si assiste ad una drammatica accelerazione
delle attese escatologiche da parte di alcune
correnti cristiane, tra cui spicca soprattutto
il movimento promosso dal profeta frigio
Montano (e per questo definito montanismo,
nuova profezia o setta dei catafrigi), che
predicava l'imminente fine del mondo e la
discesa sulla terra della nuova Gerusalemme
celeste, sulla scorta di una interpretazione
letteralista dell'Apocalisse e di
precisi debiti contratti verso l'escatologia
giudaica. Sempre Celso sbeffeggia questo
genere di profeti, che un po' in tutto l'oriente «proclamano
di essere Dio o il Figlio di Dio o uno spirito
divino: annunciano la rovina del mondo, la
perdizione degli increduli, la salvezza per
chi crede loro, il loro ritorno con potenza
celeste»[9], facendo uso di espressioni estatiche
e oscure. A fondamento di questa impazienza
apocalittico-escatologica veniva posta la
speculazione su alcune indicazioni cronologiche
presenti nell'Apocalisse (i milleduecentosessanta
giorni di Apoc. 12) e soprattutto
nel libro di Daniele (le settanta
settimane di Dan. 9), da cui con ogni
probabilità li aveva derivati anche l'autore
dell'Apocalisse. Il libro di Daniele, poi,
offriva anche l'occasione per ulteriori speculazioni,
in quanto conteneva nel secondo capitolo
la celebre visione di Nabucodonosor della
statua le cui diverse parti e la cui caduta
venivano interpretate ad indicare la successione
dei grandi imperi universali e la distruzione
finale dell'ultimo di essi, identificato
con l'impero romano. La recrudescenza dell'attività persecutoria,
su scala locale o generale, costituiva la
scintilla che periodicamente accendeva una
tale frenesia escatologica.
Al 202 risale lo scritto
di un non meglio noto Giuda, che - ci informa di Eusebio di
Cesarea - «nella sua trattazione sulle settanta
settimane di Daniele termina la Cronografia al
decimo anno del regno di Severo: egli riteneva
che allora fosse già imminente anche la venuta
dell'Anticristo, della quale si faceva un
gran parlare. Con tale violenza l'incalzare
della persecuzione, allora scatenata contro
di noi, aveva sconvolto le menti dei più!»[10]. Sempre in quegli
anni, Ippolito compone un vero e proprio
commento esegetico al libro di Daniele, in
cui tra l'altro irride la vicenda di due
vescovi siriaci che si erano recati con il
loro intero gregge nel deserto per attendervi
il ritorno di Cristo e che si erano salvati
solo grazie alla moglie del governatore che,
cristiana, aveva interceduto presso il marito
che si accingeva a sterminarli tutti, avendoli
scambiati per una banda di briganti[11].
In una tale situazione,
Ireneo, che pure non si occupa di Montano
e condivide con
lui la credenza chiliasta, aveva dunque già costruito,
una trentina d'anni prima di Giuda e di Ippolito,
un'interpretazione congiunta della profezie
di Daniele e dell'Apocalisse che ne proiettava
molto più in là l'effettivo compimento, in
un futuro alquanto indeterminato ma sicuramente
non incombente[12]. Ippolito, nello specifico trattato sull'Anticristo
e nel quarto libro del commento a Daniele
darà sostanza a questa linea interpretativa,
che si proponeva chiaramente di smorzare
le istanze profetico-apocalittiche presenti
nelle comunità cristiane, proponendo una
visione escatologica coerente e dilazionata
nel tempo. In essa anche la figura dell'Anticristo,
delineata da Ireneo, assume contorni sempre
più precisi e, soprattutto, diviene il soggetto
grazie a cui può risultare giustificato il
ritardo nell'instaurazione del regno di Cristo;
c'è infatti, come adombrato da Paolo nella
seconda lettera ai Tessalonicesi, qualcuno
che ne ritarda la venuta, e costui ora, grazie
ad Ireneo, ha un nome, Anticristo. Ma la
sua comparsa è rinviata ad un momento sufficientemente
lontano per depotenziare, ad un tempo, le
obiezioni messianiche di parte ebraica e
le inquietudini delle comunità cristiane,
stabilizzandole sotto la guida dei vescovi.
Che la costruzione dell'Anticristo si collochi
al crocevia di eresie cristologiche - in
specie marcionite - e di addensamenti escatologici è confermato
poi dagli scritti e dalla vicenda di Tertulliano.
Questi non tratta esplicitamente dell'anticristo,
ma gli accenni che compaiono in alcune sue
opere, soprattutto in relazione ad alcuni
passi neotestamentari e a temi specifici,
permettono di cogliere un'evoluzione di estremo
interesse, se si prova ad incrociare la cronologia
delle opere con il tornante biografico della
adesione al montanismo da parte di Tertulliano.
Infatti, nel De praescriptione haereticorum,
opera riconducibile alla fase iniziale della
sua produzione (probabilmente tra il 200
e il 202), e comunque di certo anteriore
alla scelta montanista, "anticristo" appare
utilizzato nei capitoli 4 e 33 come mero
connotatore di alcuni specifici eresiarchi,
senza alcuna valenza escatologica, in ciò in
linea con le lettere di Giovanni e di Policarpo.
Cosippure Marcione è definito anticristo
in questa accezione nel primo libro del Contra
Marcionem (I 22,1). Il quadro muta proprio
nel corso della composizione di quest'opera,
che, ci informa Tertulliano stesso, ha conosciuto
varie e travagliate fasi: dapprima, una stesura
in un solo libro, pubblicata ma a noi non
pervenuta; in seguito, intorno al 205-206,
ne redigette una versione accresciuta a due
libri, ma essa gli venne sottratta da un
confratello poi apostata, che la mise in
circolazione dopo averla adulterata; Tertulliano,
quindi, ne approntò una terza versione (nell'anno
207-208), aumentandola a tre libri, grazie
a una suddivisione del primo dei due che
costituivano la stesura sottrattagli e soprattutto
con l'aggiunta di frasi e di passaggi che
mostrano, tra l'altro, il suo accostamento
al montanismo. Tuttavia ancora a questo punto,
e in specie a III 8, l'uso linguistico non
pare mutato, sia pure con un significativo
cambiamento nell'esegesi delle lettere di
Giovanni[13].
E' però con l'esplicita adesione al montanismo
e alla sua escatologia chiliastica che l'anticristo
tertullianeo assume un deciso connotato escatologico:
nel De resurrectione mortuorum, anteriore
al quinto e ultimo libro del Contra Marcionem (databile
intorno al 212), appare pienamente sviluppata
la cronologia escatologica che vede nell'anticristo
un attore decisivo, in base ad un dossier testuale
che Tertulliano condivide con Ippolito (anche
se il difficile problema dell'identificazione
di quest'ultimo e della datazione delle sue
opere impedisce univoche conclusioni di dipendenza);
a tale dossier Tertulliano apporta
delle limitate ma significative nuances ermeneutiche.
Così, anche la definizione ireneana di Marco
Mago quale praecursor viene utilizzata
per reinterpretare ex post la figura
degli anticristi dell'epistola di Giovanni;
e però, non potendo per ovvi motivi cronologici
definirli sic et simpliciter precursori
dell'anticristo, Tertulliano li trasforma
in precursori dello spirito di questo
(V 16,4), in ciò forzando la lettera del
testo giovanneo per giustificare l'ormai
avvenuta escatologizzazione della figura
anticristica. All'incirca nel medesimo torno
di anni, Ippolito, probabilmente un vescovo
dell'Asia Minore, dedicherà all'anticristo
un ampio trattato, in cui la figura escatologica
assumerà una compiuta morfologia esegetica
e teologica; da quel momento in poi, sempre
più esso diventerà un potente strumento
retorico di individuazione e di delegittimazione
del "nemico" di volta in volta individuato,
che accompagnerà la storia del cristianesimo
nel corso dei secoli. Ma questa sarà già
un'altra storia.
Questo articolo si
cita: M. Rizzi, Morfologia e retorica
dell'anticristo, «Storicamente»,
1 (2005), http://www.storicamente.org/rizzi.htm
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