Maria Pia Casalena
Opposizione e integrazione. La scienza
nazionale nelle capitali e nelle province
(XVIII-XIX secolo)
|
A partire dagli anni '60 del Novecento il
binomio centro-periferia è stato ripetutamente
al centro del dibattito nella storia delle
istituzioni scientifiche e nelle analisi
dei sociologi della scienza. Su di esso
si sono fondate opere di riferimento per
generazioni di studiosi, come quella pubblicata
da Ben-David
nel 1971 [1]. Molto più di recente,
nel 2003, gli è stata dedicata una importante
raccolta di saggi curata da Robert Fox,
che presenta, accanto a sintesi e bilanci
a firma di studiosi da tempo impegnati
in questo ambito di ricerca, contributi
che aprono su contesti spaziali e culturali
finora poco conosciuti [2]. Il problema, dunque,
è sempre attuale, e anzi si presta a nuovi
approcci e metodi di lettura che ne evidenziano
la grande importanza politica nella crisi dello Stato nazionale e degli equilibri mondiali
instaurati nel secondo dopoguerra.
Il
dibattito si è sempre mosso su due direttrici.
Da una parte, l'adozione di una grande
scala ha portato a privilegiare, come
avviene nel "classico" di Ben-David, un'indagine
che riconosca nelle diverse epoche la
supremazia di uno o di pochi centri su
scala mondiale - per l'età contemporanea:
la Germania, poi gli USA -, da cui si
diffondono le principali conquiste della
ricerca per ogni disciplina, e verso cui
si effettua da parte delle periferie un
processo di emulazione variamente efficace.
Della concentrazione di pochi "centri
di calcolo" nelle maggiori capitali e
sedi universitarie europee, verso le quali
gravitano tutti i contributi empirici
e gli sforzi isolati per contribuire ad
un progresso teorico impensabile senza
un forte supporto istituzionale, parla
invece Latour in un suo celebre lavoro
sulla scienza occidentale tra moderno
e contemporaneo [3].
Ricerche
e riviste pionieristiche di storia sociale
della fisica, della medicina, delle scienze
naturali, come i «Social Studies of Sciences»
fondati nel 1960, hanno invece diretto
il fuoco dell'attenzione più spesso all'interno
degli spazi nazionali, e su archi cronologici
esplicitamente mutuati dalla storia politica
'interna' tra '700 e '900. I metodi della
sociologia storica e l'utilizzo dell'indagine
prosopografica hanno apportato diversi
spunti di riflessione, inizialmente delimitati
al caso britannico e in seguito adattati
ad altri contesti. Si è imposta con forza
la considerazione dell'intreccio fra tradizioni
culturali, identità locali (urbane e rurali,
cittadine o regionali) e gruppi sociali,
che molto ha fatto sentire le sue ricadute
anche nella promozione e interpretazione
del lavoro scientifico e della figura
dello "scienziato". Dall'altra parte,
quella del centro, la politica pubblica
della scienza, attuata dapprima nelle
istituzioni forti - accademie nazionali
e università 'storiche' - ha costituito
di volta in volta presso i 'periferici'
un utile riferimento, un oggetto di emulazione,
un qualcosa di eminentemente estraneo,
o addirittura un bersaglio polemico funzionale
allo svolgimento di una partita che implicava
prerogative autonomistiche più generali.
Ogni
spazio nazionale ha vissuto questo confronto
in termini e in momenti diversi, coerentemente
con le scansioni della sua vicenda istituzionale
e politica, con le dinamiche peculiari
che ha assunto il processo di accentramento
e consolidamento statale. Molti studi
concordano peraltro sul fatto che di rado,
in questo come in altri ambiti, gli atteggiamenti
tra centro e periferia si sono configurati
in modo netto e definitivo, in senso positivo
o in senso negativo.
Al di là dei modelli teorici, nella realtà
sembrano prevalere impostazioni ambigue,
soprattutto da parte delle periferie.
La
vicenda delle accademie e delle associazioni
scientifiche, 'figure' tipiche dell'Europa
tra XVIII e XX secolo, è stata già magistralmente
indagata in questo senso per alcuni paesi.
Basterà citare i lavori di Roche, Fox
e Chaline sulla Francia; quelli di Inkster,
Morrell, Thackray, MacLeod per la Gran
Bretagna; le indagini sul Vereinswesen in contesti confederali come
la Germania e la Svizzera. In questo saggio
si tenterà di dare una lettura della vicenda
delle accademie italiane anche alla luce
di tali risultati, e nell'ambito di un'interpretazione
che tenga conto delle coordinate disponibili
per la storia sociale della scienza, dall'età
del riformismo illuminato al "riordino"
operato dal fascismo, attraverso i grandi
snodi rappresentati in prima istanza dalla
dominazione francese, dall'ascesa della
monarchia amministrativa, dalla nascita
e dall'evoluzione istituzionale dello
Stato unitario. La comparazione e l'analisi
di spaccati particolarmente importanti,
come furono i congressi degli scienziati
dal 1839 al 1875, contribuirà a porre
in tutta la loro evidenza problematica
le varie declinazioni e le differenti
scale sulle quali si è articolato nel
lungo periodo il binomio centro-periferia
in terra italiana.
La vita scientifica
nelle periferie: itinerari nazionali
In un famoso articolo degli
anni '70, Arnold Thackray forniva un utile
paradigma per l'analisi del rapporto centro-periferia
in campo culturale e scientifico. Il suo
case-study, la Manchester
Literary and Philosophical Society,
si prestava particolarmente bene ad uno
studio di lungo periodo che si intersecasse
con le cesure nevralgiche della storia della
scienza inglese, delle sue basi sociali,
comunità e istituzioni
[4].
Fondata nel 1781, prodotto
tipico dell'élite
dissenter
di una delle maggiori città commerciali
e industriali, la "Lit. and Phil." in questione
servì - nel corso dei decenni e con l'avvicendamento
delle generazioni - ad una triplice funzione.
Fino agli anni 1820-30, essa rispecchiò e amplificò i valori di quella élite in rapido arricchimento ma tenuta
ai margini del "paese ufficiale" dalle numerose
proibizioni che colpivano quanti si collocavano
al di fuori della Chiesa d'Inghilterra.
Proibizioni che riguardavano anche il mondo
della scienza, dato che l'atto di fede era
indispensabile per l'ammissione ad Oxford
e a Cambridge; e data l'ipoteca aristocratica
e terriera che connotava ancora la composizione
e l'indole della Royal Society. La fondazione
e l'autofinanziamento di un'associazione
dedita a studi territoriali, particolarmente
ospitale verso quanti si distinguevano nelle
discipline utili alle manifatture (la chimica,
la fisica applicata, la geologia ecc.) oltre
che verso i medici, permetteva ai promotori
di esaltare se stessi quali autentici mentori
della ricchezza della nazione in opposizione
alle oziose caste della upper
class.
La
funzione legittimante dell'iniziativa
scientifica non scomparve, ma si attenuò
dopo il Reform Bill del 1832 e la creazione
delle rappresentanze elettive locali nel
1834; mentre le industrial
towns, in virtù della nuova Poor
Law, cominciavano a sentire la presenza
dello Stato, in termini di ispettorati
e di personale e strutture sanitarie e
assistenziali. Procedendo negli anni,
una nuova generazione di soci della "Lit.
and Phil." forniva scienziati di prestigio,
il cui avvicinamento alla capitale era
testimoniato dalla confluenza nelle fila
del liberalismo e una crescente rete di
alleanze familiari. Dopo metà secolo,
le famiglie di industriali dissenters
che trent'anni prima avevano fornito alcuni
'quadri' al radicalismo fiancheggiavano
apertamente il conservatorismo, si facevano
eleggere in Parlamento e, dopo la riforma
delle antiche università, mandavano i
figli a studiare nella fino ad allora
inaccessibile Cambridge. A livello locale,
avevano traghettato la "Lit. and Phil."
nella nuova epoca, destinandola in particolare
alla divulgazione e all'istruzione delle
working class; convertendola, cioè, da occasione di promozione a strumento
di controllo. Del resto, dagli anni '50
esistevano anche nelle periferie dei colleges
universitari con vocazioni - almeno alle
origini - rispondenti alla locale domanda
di competenze. Ad essi era passato il
compito di testimoniare del "genio scientifico"
della città e della regione [5].
Nell'analisi
di Thackray, il rapporto conflittuale
tra centro e periferia si stempera in
una dinamica di progressivo avvicinamento
e integrazione. La "Lit. and Phil.", osservata
con la lente della storia sociale e urbana,
finisce per confermare il trend più generale delle élites inglesi di età vittoriana.
La bandiera della scienza
utile, se da una parte si avvicinava al
modello della Royal Society, dall'altra
lo arricchiva di un interventismo umanitario
e sociale che, fortemente auspicato dal
metodismo, attirò su questa e altre associazioni
analoghe l'accusa di giacobinismo. La stessa accusa, comunque,
poteva colpire anche altri avversari della
scienza 'ufficiale' e delle strutture (istituzionali,
ma anche sociali, religiose e mentali) che
la sorreggevano. Non a caso, nel 1830 Charles Babbage, indomabile matematico vicino ai radicali, dedicava
parole parecchio più laudative alle philosophical
societies
delle contee che alla gloriosa Royal Society.
La denuncia di Babbage affondava le sue
radici nella "filofrancesità" di un particolare
milieu:
quello dei giovani che avevano lottato per
introdurre a Cambridge la matematica 'rivoluzionaria'
francese, oltraggiando i vetusti curricula graditi alle gerarchie anglicane e alle élites tradizionali
[6]. La promozione e diffusione
di nuove teorie e nuovi modelli, la critica
delle scale di valori ufficiali, serviva
tanto quanto l'associazionismo la causa
dell'opposizione alle forze di governo,
alla capitale politica e scientifica del
Regno oltre che alle due università metropolitane.
Fino agli anni '40-50, eterodossia
e anticonformismo rispetto alla tradizione
sarebbero dunque stati, con l'esigenza di
legittimazione e promozione delle borghesie
periferiche, i tratti salienti dell'associazionismo scientifico delle
contee. Le due coppie di valori,
peraltro, potevano dosarsi in soluzioni
diverse a seconda dei contesti socioeconomici
e religiosi di partenza e della quantità
di "risentimento" rispetto alla capitale.
Un "giacobinismo" sui generis, quello sotteso
all'uso della scienza come veicolo di promozione
di gruppi sociali sulla scena nazionale,
che si saldava singolarmente al patriottismo
e al civismo locali degli stessi gruppi,
la cui battaglia cominciava proprio dall'emancipazione
della periferia rispetto al/i centro/i.
Molto diverso l'iter dell'associazionismo
e delle accademie/società scientifiche nelle
province francesi nel medesimo torno di
tempo. Agli occhi degli osservatori stranieri
più interessati - scienziati in cerca di
riconoscimenti pubblici come Babbage, o
intenti alla costruzione di una comunità
di dotti propriamente nazionale, come il
tedesco Lorenz Oken -, l'Institut de France
rappresentava il punto di riferimento e
di arrivo delle massime aspirazioni[7]. Esso aveva realizzato
una sintesi compiuta fra accentramento e
modernizzazione istituzionale da una parte,
e consacrazione dell'élite
del sapere dall'altra. Ma nei dipartimenti,
in particolare nelle regioni attraversate
da un più radicato antagonismo nei confronti
della capitale (il Sud-Ovest, la Normandia,
la Bretagna), esso era il simbolo stesso
della mortificazione delle energie spontanee,
dello svilimento del sapere residente fuori
da Parigi, della cristallizzazione di una
concezione astratta e geometrica della scienza
irriducibile alla multiforme realtà del
genio nazionale[8]
.
In questo caso era stato il
centro a decidere d'autorità dell'associazionismo
e della collocazione delle periferie nella
scienza. Prima (1792-93), spazzando via
le accademie e le università di antico regime
in quanto cenacoli controrivoluzionari di
marca clericale e/o nobiliare. Poi, stabilendo
le coordinate della nuova Francia scientifica
in senso eminentemente verticistico. Infine
- siamo già negli anni della Restaurazione
- lasciando rifiorire buona parte del vecchio
mondo accademico proprio perché legittimista
e antirivoluzionario, e liberando al contempo
energie nuove - 'borghesi' e pragmatiche
- e differenti tipi di associazione [9].
Il rapporto con la capitale
doveva riflettere l'ambivalente atteggiamento
del grande
notabilato delle province: opposizione
irriducibile da una parte, scaltra attitudine
all'emulazione e integrazione dall'altra
[10].
Qui come nell'Inghilterra ante-Reform
Bill, i problemi reali dei dipartimenti
giocavano un ruolo di primissimo piano.
Le pressioni per il decentramento e la 'democrazia'
locale affondavano però le radici in un
passato prossimo, per cui la conoscenza
storica si affiancava e spesso surclassava
in utilità le scienze naturali. Il massiccio
coinvolgimento dell'aristocrazia (e in taluni
casi anche del clero) dà luogo ad uno scarto
notevole rispetto alle dinamiche in atto
nelle industrial towns britanniche. Non che nei dipartimenti francesi non
esistessero gruppi borghesi e genuinamente
liberali, interessati al miglioramento dello
Stato rivoluzionario piuttosto che al ritorno
all'antico. Né mancavano, a partire dalla
Monarchia di luglio, associazioni scientifiche
dalla forte vocazione professionale - soprattutto
mediche; o che condividevano l'ottimismo
giacobino
circa le scienze "positive" (naturali, fisiche,
statistiche) - e si sforzassero di fornire
studi
territoriali costruttivamente utili
in sede amministrativa. Solo che la loro
emancipazione dalle élites tradizionali
e tradizionaliste avrebbe richiesto parecchio
tempo: in alcuni casi, anche tutto il secolo.
L'affermazione delle borghesie dissenters
nelle contee industriali aveva preso le
mosse dalla marginalità e dall'isolamento,
e le scienze naturali avevano rivestito
una funzione propositiva e progressista.
Nei dipartimenti francesi, invece, l'associazionismo
rinacque sulle vive ceneri di una vicenda
secolare, e dal passato ereditò vocazioni
e valori dalla durevole tenuta.
Negli
anni 1840, comunque, i due panorami presentavano
notevoli caratteri di differenziazione.
La proliferazione di sociétés
savantes o philosophical societies era il dato comune
ai dipartimenti e alle contee. Anche in
Francia, l'animosità delle fondazioni
e rifondazioni settecentesche e primo-ottocentesche
aveva lasciato il posto ad un più diplomatico
rapporto di biunivocità tra centro e periferia.
Molte contrapposizioni socio-intellettuali
caratteristiche del caso britannico (borghesie
vs aristocrazie; dissenters
vs clero anglicano; leisure
fondiaria vs pragmatismo urbano) si
rivelavano meno acute; mentre la cifra
nobiliare e nostalgica delle académies
di risalente fondazione cedeva in
molti dipartimenti di fronte alla moltiplicazione
di sociétés
decisamente più interessate al presente
e al futuro. Non da ultimo, tanto le "Lit.
and Phil.", perlomeno le più influenti
e strutturate, quanto l'arcipelago dell'associazionismo
dipartimentale, avevano come punto all'ordine
del giorno - tra i prioritari -, la questione
universitaria. Il volontarismo e il patriottismo
delle associazioni autofinanziate dalla
variegata recettività si misuravano ormai
sul terreno della professionalizzazione
e della specializzazione; lo spontaneismo
confluiva in una forte pressione per l'istituzionalizzazione.
La dialettica con il/i centro/i poteva
orientarsi in questi anni su direttrici
molto eterogenee. Anche i punti di partenza
erano diversi, dato che al monopolio quasi
assoluto di Oxbridge si contrapponeva
la graduale disseminazione di strutture
universitarie sul territorio francese.
La
fame di scienza applicata delle contee
industriali può certo sembrare meno viziata
da motivi 'ornamentali' rispetto alle
annose battaglie di molti notables
per una rifondazione dei curricula
in senso integralmente regionalista (auspicabilmente
anti-giacobino, talora tardivamente controrivoluzionario) [11]. I primi rappresentanti
delle città industriali nella Camera dei
Comuni furono peraltro tra i protagonisti
della battaglia per la riforma delle università
metropolitane, per la liberalizzazione
e democratizzazione degli accessi. Come
detto, molti di loro, a partire dagli
anni '60-70, mandarono i figli a Cambridge
piuttosto che nei civic
colleges locali a vocazione tecnico-scientifica.
Il
problema dei francesi era opposto: non
la impossibilità,
quanto piuttosto l'obbligo
di recarsi a Parigi per avere un titolo
dottorale di primo livello, fruire di
una formazione completa, disporre delle
strutture e dei contatti che servivano
per immettersi nei circuiti della scienza
nazionale. L'emancipazione scientifica
delle province passava insomma, in questo
caso, attraverso la necessaria attenuazione
del centralismo. Attenuazione che peraltro
fu lungi dal profilarsi nella successiva
fase imperiale e agli albori della Terza
Repubblica. Gli esordi della Monarchia
di luglio coincisero, ministro Guizot,
con la prima messa in opera dell'odierno
Comité
des Travaux Historiques et Scientifiques
: un insieme di commissioni ministeriali
che, tramite rappresentanti e ispettori,
avrebbe dovuto sia incoraggiare, sia coordinare,
raccogliere, esaminare, selezionare i
lavori degli accademici di periferia.
Il rapporto centro-periferia
doveva conservare nel caso francese un forte
carattere dialettico. Questo, se da una
parte indebolì la posizione delle province
ancorate a sentimenti antagonistici di remoto
retaggio, dall'altra favorì l'ascesa di
poche isole particolarmente qualificate
- sul piano professionale e specialistico
- per fungere da energici, autosufficienti
e non troppo polemici 'complementi' della
scienza parigina [12].
In Italia. Le origini
di un panorama complesso (XVI-XVIII secolo)
Ad
esclusione del pur volonteroso repertorio
compilato da Michele Maylender negli anni
'20 del '900, concepito nel pieno di una
nuova stagione di intervento statale sulle
istituzioni e associazioni culturali del
paese [13], mancano nella storiografia
italiana studi d'insieme sulle accademie
e associazioni del XIX secolo. Il lavoro
di Maylender, tra l'altro, mirava a dare
una rappresentazione globale della vicenda,
presentando in ordine alfabetico tutti
i sodalizi che dal XVI al XIX secolo avevano
portato il nome e il titolo di "accademia"
e "società accademica". Forniva in forma
estremamente succinta notizie comunque
molto utili - i nomi dei fondatori, i
rapporti con gli Stati, le strategie organizzative,
gli orientamenti intellettuali, le ragioni
del successo e/o quelle della decadenza
- a proposito di un numero considerevole
di voci. Difficile, però, ricavare dai
cinque corposi volumi qualche conclusione
sicura sulle "strutture" di lungo periodo
del fenomeno, sulle cesure periodizzanti,
sull'avvicendamento di attori sociali
e programmi politico-culturali. Ciò che
emergeva immediatamente era invece la
notevole disseminazione del fenomeno accademico;
ma restava da interrogarsi sul carattere
effimero che lo stesso fenomeno sembra
aver particolarmente denunciato in certe
aree. L'ordinamento alfabetico, inoltre,
conferiva alle capitali pre-unitarie un
indubbio primato quantitativo, da cui
tuttavia trapelavano poche informazioni
su altre e più nevralgiche forme - giuridiche,
istituzionali, simboliche - di supremazia
rispetto alle periferie.
Alcune coordinate d'insieme
sono emerse grazie ad altri e più specifici
studi. Il fenomeno accademico, com'è noto,
è connaturato al nostro paese a datare dalla
prima età moderna. La fondazione dell'Arcadia,
nel 1690, rappresentò il primo segnale di
un orientamento 'nazionale', di un tentativo
di dar luogo ad un circuito, ad una comunità
intellettuale omogenea, allineata su valori
condivisi, che riconosceva la supremazia
di un "centro" - in questo caso, la Roma
pontificia ma anche razionalista del dopo-barocco
-, senza perciò rinunciare alla concordia
discors delle vocazioni locali e statali.
Colonie arcadiche furono fondate da Nord
a Sud, dalla Lombardia alla Calabria; sodalizi
preesistenti si convertirono in colonie,
deponendo l'orgoglio municipale pur di far
parte della "Repubblica" italiana "delle
lettere". Attorno a metà secolo, in coincidenza
col riformismo, la vocazione letteraria
fu affiancata, perlopiù per iniziativa statale,
da forme di associazionismo e accademismo
diverse, orientate in senso pratico e scientifico,
dedite allo studio dei territori e alla
proposta di interventi per il miglioramento
della produzione e delle condizioni sociali.
In questo senso, il punto di riferimento
fu rappresentato dall'Accademia
dei Georgofili, istituita a Firenze
nel 1753. Anche la composizione sociale
si arricchì e diversificò: a patrizi e aristocratici
- qui reclutati in qualità di proprietari
terrieri - si affiancavano i primi sparuti
nuclei delle burocrazie tecniche, oltre
a giuristi e funzionari di "civile origine".
Queste accademie - denominate agrarie, economico-agrarie,
"patriottiche" a seconda dei contesti -
erano un prodotto molto tipico dell'Europa
tardo-settecentesca. Ne furono create nelle
province francesi e nell'Impero austriaco
(da cui la vicenda toscana e lombarda),
oltre che nella Terraferma veneta e, ad
uno stadio spesso poco più che progettuale,
nei territori continentali del Regno borbonico[14] . La tendenza al coordinamento
e all'omogeneità programmatica, in questo
caso, si concretava all'interno degli Stati,
come proiezione della "saviezza" governativa
verso l'esterno, inserendosi talvolta nel
più generale processo di accentramento istituzionale.
La scienza delle province, insomma, riceveva
dal centro le direttive e le guide (nella
persona di ministri e funzionari posti a
capo dei sodalizi) e verso il centro doveva
tornare fornendo indicazioni utili per le
sorti della patria.
L'ultimo scorcio del Settecento
vedeva le capitali stesse divise al loro
interno tra la proposta di nuovi cenacoli
e la resistenza della scienza "ufficiale",
dell'ortodossia professata nelle università.
Il caso più significativo è quello della
Società Privata di Torino. Nata a metà secolo
in aperta opposizione alla stanca ripetitività
dell'Ateneo sabaudo e imbevuta del più avanzato
'scientismo' europeo, essa confluì nell'alveo
delle istituzioni statali, finendo per costituire
il primo nucleo della classe di scienze
matematiche, fisiche e naturali della nuova
Accademia delle scienze. Anche nei centri,
di fatto, si agitavano in quei decenni programmi
innovativi e nuove figure sociali: associazioni
di professionisti e di professori che, muovendosi
dapprima ai margini o contro la scienza
ufficiale, ridisegnarono infine il volto
dell'associazionismo e accademismo di molte
capitali.
Su
questo panorama in fermento si abbatté
la scure della legislazione rivoluzionaria
e napoleonica. Le accademie settecentesche
dovevano tacere nei turbolenti anni tra
i due secoli, talvolta per non risorgere
più. Più spesso, esse andarono incontro
ad un graduale processo di adattamento
alle nuove regole che dall'universo socio-istituzionale
si proiettavano immediatamente sulla domanda
- pubblica, ma non solo - di lavoro scientifico.
I cenacoli aristocratici, eminentemente
letterari e retorici, la cui aderenza
all'antico regime si manifestava fin dalle
obsolete denominazioni, furono ovviamente,
nella penisola come in Francia, i più
colpiti e malvisti dalle nuove autorità.
Lo stesso non valeva però per il più giovane
associazionismo/accademismo economico-agrario,
deputato anzi a dare il tono alla vita
intellettuale delle periferie.
Nel
Mezzogiorno murattiano la scienza di provincia
fu riorganizzata dall'alto, tra 1806 e
1808, e posta a strettissimo contatto
con le diramazioni periferiche della monarchia
amministrativa. Affidate alla tutela e
vigilanza delle intendenze, le società
economiche istituite in ogni capoluogo
di provincia fungevano da corpi consultivi
in materia di politiche produttive e infrastrutturali.
La 'sottomissione' dei notabili - proprietari
e intellettuali - chiamati a farne parte
al governo e alla capitale si rispecchiava
perfettamente nella dipendenza di ciascuna
società dall'Istituto di incoraggiamento
per le scienze naturali residente in Napoli,
cioè dal Ministero degli Interni.
Nel
Regno d'Italia le direttive per la rinascita
della scienza di provincia furono dettate
dal decreto del 25 dicembre 1810. Esso
prevedeva che, come nei dipartimenti dell'Empire, ogni capoluogo disponesse di un'unica
accademia - così come di un liceo nazionale,
una camera di commercio, un tribunale.
In questa dovevano confluire tutti i corpi
e le vocazioni messi a tacere dopo il
1796. Le nuove accademie, denominati atenei,
riflettevano dunque per statuto la normalizzazione
post-giacobina già concretizzata nei curricula dei licei. Alla 'dittatura' delle
scienze matematiche, fisiche e naturali,
o all'esclusivismo socioprofessionale
di più giovani corpi, subentrava adesso
un polimatismo umanistico-scientifico-economico
adatto ad assorbire un ampio ventaglio
di notabilati e tradizioni intellettuali
senza rinunciare al valore prioritario
della "utilità". Come le società economiche
del Mezzogiorno, i più versatili e polifonici
atenei dovevano a loro volta far capo
ad una istituzione centrale, individuata
dapprima nell'Istituto nazionale con sede
a Bologna; e fornire alle autorità solide
indicazioni sullo stato socioeconomico
del territorio provinciale.
La
geografia accademica veniva così a coincidere,
in età francese, con quella amministrativa.
Le gerarchie del lavoro scientifico rispecchiavano
perfettamente quelle istituzionali. La
nazione colta, debitamente cooptata dai
governi sentiti i funzionari e notabili,
era inquadrava nei ranghi della monarchia,
e assumeva in seno ad essa funzioni proprie.
Al livello più alto, negli Istituti delle
capitali, doveva riunirsi la ristretta
comunità degli scientifiques
di rango nazionale, assieme ai vertici
dello Stato e a illustri esponenti di
diverso sapere. Ai livelli locali, il
ventaglio delle cooptazioni tendeva ovviamente
a premiare un notabilato più o meno "borghesizzato",
assieme ai pochissimi 'professionisti'
della cultura operanti sul territorio.
Ad ogni modo, ovunque si potevano riconoscere
gli stessi principi della rappresentanza
formalizzati nella Costituzione del 1802.
Possidenti
e commercianti,
le élites della ricchezza e dell'iniziativa
economica, dovevano affiancarsi ai dotti,
in una concezione del lavoro culturale
fortemente piegata alle esigenze dell'amministrazione,
e dunque rimessa alla vigilanza dei funzionari.
Buona
parte degli atenei e delle società economiche
previsti dalle leggi francesi stentò a
decollare, e ancora attorno al 1820 erano
poche le accademie che avessero avviato
una serie regolare di lavori e pubblicazioni.
Ma, ciò che più conta, tanto il governo
asburgico quanto quello borbonico lasciarono
in vigore in questo ambito la legislazione
francese, ritoccando semmai la composizione
dei ranghi e, nel Lombardo-Veneto, rimandando
di qualche anno il progetto di una stretta
coordinazione e subordinazione della scienza
provinciale all'Istituto centrale (spostato
nel frattempo da Bologna a Milano).
Le periferie, la
scienza e la Restaurazione
La Restaurazione non comportò
'solamente' la conservazione dell'esistente.
Questo fu talora perfezionato, dato che
con una legge del 1817 la geografia economico-accademica
del Mezzogiorno fu estesa alla Sicilia.
Un Istituto di incoraggiamento delle scienze
naturali fu istituito a Palermo, e ad esso
furono rimesse le società economiche da
istituirsi in ogni capoluogo (o "vallo")
dell'isola parallelamente all'introduzione
della dipartimentalizzazione. Nei capoluoghi
del Granducato di Toscana rimasero in attività
le accademie scientifico-letterarie, quasi
tutte accresciute di interessi economici,
rifondate ai primi dell'800 secondo i dettami
della politica culturale napoleonica. Alla
vigilia dell'incorporazione nell'Empire, la Toscana si era inoltre dotata di una nuova Accademia, la
Valdarnese del Poggio, singolarmente dedita
alle sole scienze fisiche e naturali. Nel
corso dei decenni a venire, essa avrebbe
rappresentato un punto di coagulazione,
per quanto formale e decisamente decentrato,
dei professionisti e professori di quelle
scienze di tutta la penisola.
La
riorganizzazione dell'arcipelago accademico
non era passata, nel Regno d'Italia o
nei dipartimenti italiani dell'Impero,
attraverso la distruzione pregiudiziale
di quanto esisteva alla vigilia della
Campagna d'Italia. Molti corpi erano confluiti
con i propri interessi e portavoce, nelle
nuove istituzioni polimatiche; altri,
come le accademie toscane, avevano revisionato
i propri statuti, proseguendo un'esistenza
che affondava le radici, il più delle
volte, nel '700 leopoldino. Qualcosa di
simile era del resto avvenuto in Francia,
dove i cenacoli provinciali erano perlopiù
risorti - con nuovi regolamenti e vocazioni
ampliate, e sotto il vigile controllo
dei prefetti - nei primi anni del secolo[15]. Ma, mentre in quel
paese si attuava lo spostamento verso
la forma della société autofinanziata, aperta a diversi
attori sociali, piuttosto specializzata
negli interessi, nella penisola lo stesso
periodo contemplò piuttosto la rifioritura
di accademie eclettiche o a prevalente
vocazione poetico-letteraria. Buona parte
della costellazione arcadica tornò a punteggiare,
sebbene spesso per poco tempo, il territorio
dei vari Stati, giustapponendosi alle
divisioni e gerarchie istituzionali ereditate
dalla Grande
Révolution.
Sarebbe
facile scorgere in queste tardive rifondazioni
il segno di un 'antigiacobinismo' e, specularmente,
di un peculiare "nazionalismo accademico"
portato avanti da forze controrivoluzionarie
in una collaudata collaborazione con i
vertici della nuova alleanza Trono-Altare.
In effetti, una cifra aristocratica connotava
diverse tra queste ex colonie arcadiche.
Nel Regno borbonico, quella aquilana fu
rifondata da due marchesi; quella di Monteleone
Calabro da un conte. Nel Regno di Sardegna,
la fossanese fu riportata in vita dal
glorioso casato dei Saluzzo. Nello Stato
del Papa, un cardinale promosse la rinascita
dei Risorgenti di Osimo, e un aristocratico
riportò in vita i Liberi di Città di Castello.
Le cose, peraltro, non sono così semplici.
Sotto i vecchi statuti e le antiquate
denominazioni ribollivano fermenti di
opposizione che sarebbe stato più difficile
portare avanti in forme diverse. Questo
era vero nel Sud continentale, dove tali
sodalizi si avvalevano della guida di
élites già murattiane o di notabili delle
province affiliati alla Carboneria. Ma
anche nello Stato Pontificio, ad onta
di protezioni e finanziamenti generosamente
offerti dagli "zelanti" curiali, diversi
cenacoli si rivelarono focolai di liberalismo [16]
. Nel Regno dei Savoia
l'impegno di certe aristocrazie nelle
province doveva inserirsi, presto o tardi,
nel più generale disegno di emancipazione
e coinvolgimento di quelle élites
fondiarie e intellettuali di estrazione
medio-borghese nella riforma dello Stato
subalpino [17]. Il programma politico, in questi casi, aveva decisamente
la meglio sulle finalità culturali. La
vitalità di molti di questi sodalizi spirò
in occasione di qualche ondata repressiva,
o si esaurì con l'affermazione di istituzioni
e strutture associative più moderne e
avanzate, a più stretto contatto con Stati
e governi [18].
Contesti
settari e priorità squisitamente politiche.
Sotto questa etichetta, giustificata solo
in un alcuni casi, sarebbero scomparse
dall'attenzione della storiografia molte
voci della scienza italiana dell'età del
Risorgimento. Alla storia locale sarebbe
spettato l'arduo compito di rinverdire
i fasti delle piccole comunità di dotti,
spesso celebrati acriticamente ed equivocamente
sul versante patriottico come su quello intellettuale.
Di
certo, dalla fitta geografia accademica-associativa
che siamo venuti delineando la storia
'classica' della scienza (così come quella
della letteratura o della storiografia)
ha avuto davvero poco a cui attingere.
Lavori saltuari, precarietà logistica,
difficoltà finanziarie, imperizia e assenteismo
dei membri, distanze siderali rispetto
ai circuiti della scienza universitaria
e/o professionale nazionale ed internazionale.
Pochissime accademie decentrate potevano
reggere il confronto con le omologhe britanniche
o francesi dell'epoca. E tuttavia, la
loro esistenza valeva di per sé a supportare
una quantità di cause che, dall'ambito
del sapere, dei rapporti sociali, del
patriottismo
locale o tutto interno ai confini di Stato,
dovevano spostarsi, presentandosene l'occasione,
sul piano ben più complicato della nazione
e della rappresentanza nazionale, della
collocazione di ogni "sede di scienza"
- a prescindere dal suo rango amministrativo
- nel libro d'oro delle cento città scientifiche italiane.
La prova dei congressi:
esempi europei
I congressi
scientifici si affermarono in Europa,
com'è noto, tra 1815 e 1839. In questo torno
di anni nacquero e si consolidarono forme
di autorappresentazione e autopromozione
delle comunità scientifiche nazionali -
i congressi itineranti - le cui radici teoriche
e organizzative affondavano in un insieme
non sempre omogeneo di motivi e suggestioni.
Il binomio di partenza, scienza
e nazione, si rifaceva alla esaltante
stagione rivoluzionaria e napoleonica, nel
corso della quale il connubio tra vertice
dello Stato e scienza 'alta' aveva assunto
piena sistematicità. Nei paesi tedeschi,
il terminus
a quo più noto era la fondazione dell'Università
di Berlino (1810), con la quale era giunta
a consacrazione istituzionale la coscienza
nazionale sollecitata già dalle riforme
settecentesche [19]. A questi modelli
guardavano Babbage e lo scozzese David Brewster,
allorché alla fine degli anni '20 lanciarono
anche in Gran Bretagna la sfida dell'associazione
scientifica nazionale. Nel caso britannico,
come detto, l'iniziativa nasceva nel segno
di una diffusa ed eterogenea insofferenza
verso i valori e le compartimentazioni ermetiche
della società e del sistema politico-istituzionale
pre-vittoriano. Le differenze con il modello
di riferimento non erano poche. La scienza
tedesca si stava rapidamente identificando
con le facoltà universitarie e, in certi
Stati, con le Technische Hochschulen. Ruolo e funzione
degli scienziati, così come il loro prestigio
sociale, era deciso nei paesi della Confederazione
dal confronto diretto degli stessi con le
monarchie, generose finanziatrici e agguerrite
competitrici. In quelle autorappresentazioni
itineranti gli 'altri', dai funzionari ai
rappresentanti dei ceti sociali alle élites
delle 'periferie', rivestivano tutt'al più
le vesti di illuminati patroni o di volonterosi
uditori/amatori; interferivano il meno possibile
con lo svolgimento dei lavori
congressuali, non intervenivano nei
dibattiti se non potevano vantare almeno
qualche buona pubblicazione in materia [20]. L'affermazione del ceto scientifico
inglese doveva invece passare attraverso
una fase di aggressivo antagonismo. Dalle
origini dei meetings della BAAS
fino alla metà degli anni '40, sembrò che
ragioni delle periferie e quelle dei professori/riformatori
di Oxbridge potessero contribuire alla pari
allo scopo. Il passaggio della BAAS riempiva
di orgoglio le contee che, dopo una estenuante
trafila, arrivavano ad ospitare un meeting.
Le loro philosophical
societies, i pochi ospedali, laboratori
e istituti tecnico-scientifici messi su
grazie alla generosità di benemeriti concittadini,
godevano per qualche giorno, agli occhi
dei convenuti connazionali e stranieri,
di un lustro e di una centralità
affatto anomali. Ma tutto questo valeva
poco, alla prova dei fatti, di fronte alla
rapida strutturazione della BAAS come associazione
centrale e saldamente piantata nella capitale[21].
Ancora diverso il caso francese.
Qui, dove l'intesa tra Stato nazionale ed
eccellenza scientifica aveva vissuto i suoi
momenti più luminosi, il "potere degli scienziati"
[22]
si era affievolito ma non era scomparso
nei giorni difficili della Restaurazione.
All'inizio degli anni '30 i professori della
Sorbona, delle grandes écoles, del
Muséum d'histoire naturelle, degli osservatori centrali, godevano
ancora di un controllo molto forte sulla
vita scientifica nazionale e sui suoi rapporti
con lo Stato. L'aggressivo protagonismo
della fase rivoluzionaria aveva lasciato
il posto ad un'attitudine più contenuta,
ad un ripiegamento nello 'specifico' del
campo scientifico e universitario. Gli scientifiques,
inoltre, risentivano dell'ascesa di altre
figure, determinata dapprima dalla controffensiva
legittimista e poi dall'arrivo al potere
dei dottrinari [23].
Un'analoga ricchezza e diversificazione
- ossia la tensione finalmente compiuta
all'"unità del sapere" inerente alla ideazione
stessa dell'Institut de France -, si avvertiva
nella scienza delle province. Gli anni '30
videro il decollo di un nuovo associazionismo
storico-archeologico, che andò ad affiancarsi
a quelli polimatico, "linneano", economico-agrario.
L'associazionismo specialistico, fiorente
a Londra nello stesso periodo, taceva quasi
del tutto in questo paese, dove le accademie
dell'Institut esaurivano gli spazi dell'iniziativa
e dell'autorità. Se si prescinde dalle pionieristiche
Société de Geologie e Société géographique,
la prima associazione nazionale, la Société
Botanique, avrebbe visto la luce solo negli
anni '50. Nelle sociétés
savantes dei dipartimenti, le vocazioni
specialistiche dei pochi professionisti
della scienza convivevano con un diffuso
eclettismo che peraltro dava modo di soddisfare,
lontano da Parigi, un amplissimo ventaglio
di interessi e materie. Ai savants
di capoluoghi noti alla storia della
scienza nazionale, come Bordeaux, Montpellier
o Strasbourg, le accademie e associazioni
offrivano già di per sé delle ragioni di
distinzione e di prestigio anche su scala
europea. Ma si trattava di casi abbastanza
isolati, nel seno di un panorama che molto
raramente superava l'orbita dei perimetri
dipartimentali o, nella migliore delle ipotesi,
regionali.
Causa dell'unità del sapere
di contro al tirannico
scientismo 'giacobino', e causa della spontaneità
scientifica delle province di contro all'umiliante
tirannide
parigina: furono queste le due bandiere
della quarantennale vicenda del Congrès
scientifique de France. Che nacque,
per l'appunto, dal seno delle sociétés
savantes più orientate in senso 'regionalista'.
Portatori di un discorso sincretico in cui
si mescolavano e mimetizzavano elementi
moderni e reminiscenze d'antico regime,
i congressi francesi ruppero il monopolio
delle scienze naturali e fisico-matematiche
consacrato in Germania e in Inghilterra,
per dare maggior voce e spazio ai saperi
extra-universitari e/o alieni dalla temperie
illuministico-rivoluzionaria. Le belle lettere
e le belle arti, la storia e l'antiquaria,
ma anche la filosofia, la legislazione,
la "economia politica" o "sociale", la pedagogia,
facevano parte integrante, assieme ai loro
cultori, di queste assisi itineranti fondate
nel 1833, assieme alle più abituali scienze
"positive" e medico-chirurgiche. Anche l'agricoltura
godeva, per la prima volta, di uno spazio
specifico declinato non tanto in senso tecnico
(agronomico) quanto in senso socioeconomico
e giuridico.
La scienza delle province
si trovava pienamente e minuziosamente rispecchiata
in questa originale architettura congressuale.
La completezza non celava d'altra parte
la supremazia dei saperi storico, economico
e morale in genere. Da questo momento molta
parte dell'universo provinciale si identificò
strettamente con un variegato sapere "umanistico";
e questo legame si sarebbe ripresentato
ancora molto vitale, mutati gli scenari
istituzionali della scienza nazionale, a
distanza di mezzo secolo e fino alla vigilia
della Prima Guerra mondiale. Quando, cioè,
le esigenze strutturali della ricerca e
l'intervento del mondo dell'industria nella
vita scientifica, avrebbero contribuito
ad isolare in una situazione di orgogliosa
"povertà" e patriottica "alterità" le accademie,
le associazioni e le facoltà letterarie
di certe province [24].
Il compromesso italiano
(1839-1847)
Anche i promotori dei congressi
italiani si posero il problema delle
accademie di provincia, di quali ammettere
tra i ranghi dell'assise itinerante e quali
invece lasciare ai margini dell'autorappresentazione
dell'élite
scientifica nazionale. Nati dall'intesa
fra un monarca, il Granduca di Toscana,
e una riconosciuta rappresentanza dell'eccellenza
intellettuale di quello Stato (il direttore
del museo di scienze naturali, un fisico
di fama europea, un accreditato professore,
un esimio ingegnere ai vertici dell'amministrazione,
un luminare della clinica medica [25]), i congressi italiani
presero avvio nel segno di una solerte emulazione
dell'esempio germanico. Si misero a punto
norme di cooptazione miranti a raccogliere
in primo luogo i mentori della scienza ufficiale
- ossia, delle capitali e delle altre università
-, concedendo qualche spazio alle poche
accademie di periferia particolarmente meritorie
come la Valdarnese[26]. Criteri piuttosto chiari,
a cui corrispondevano diritti e doveri delle
due categorie: quella degli Scienziati,
membri a pieno titolo delle assisi; quella
degli Amatori, ammessi come di semplici
uditori. Norme che mutuavano l'austera severità
germanica senza fare i conti con il retroterra
effettuale della scienza nazionale.
Qualche
influente osservatore aveva guardato piuttosto
all'esempio britannico. E tuttavia, anche
rispetto a questo non erano pochi gli
scarti significativi. In primo luogo,
i congressi italiani non si sarebbero
tenuti se non nelle capitali o in alcune
prestigiose città universitarie. In secondo
luogo, a differenza dei meetings della BAAS, i congressi italiani erano finanziati dagli Stati
ospitanti. Le folle di amatori/uditori
previste dai leader di Oxbridge servivano
delle ragioni economiche assenti nel caso
italiano. Tuttavia, molte province italiane
ospitavano figure e istituzioni (condotte
mediche, carceri e ospizi, ospedali civili
e militari) saldamente collegate con i
centri, che non sarebbe stato opportuno
ignorare in un'assise nazionale. Così
come non erano facilmente sorvolabili
le ragioni dei non pochi sodalizi - atenei
lombardo-veneti, società economiche borboniche,
accademie economico-agrarie umbro-marchigiane
- che vantavano nessi istituzionali o
informali con le principali accademie
centrali. Laddove era rimasta in piedi,
c'era inoltre la rete dei licei di età
francese, che con le università intratteneva,
almeno in linea di principio, importanti
rapporti gerarchici.
I
centri italiani non avevano gli stessi
indiscutibili diritti di superiorità che
potevano vantare le capitali della scienza
tedesca o, in un ben diverso contesto
statale, la capitale francese. Rispetto
alla Royal Society e al volto 'tradizionalista'
di Oxbridge, molte capitali italiane garantivano,
peraltro, un'identificazione più stretta
tra professionismo, specialismo, università,
ospedali maggiori e accademie centrali.
L'arcipelago savant
delle periferie, inoltre, non denunciava
la medesima drastica estraneità/alterità
di cui erano originariamente portatrici
le "Lit. and Phil.". A prescindere da
chi ne facesse parte, dai criteri di cooptazione,
dalle vocazioni e dal grado di successo
o originalità, gran parte delle accademie
di provincia, al contrario, portava su
di sé il suggello del governo. Laddove
questo non accadeva, come per la giovane
Accademia samminiatese degli Euteleti,
il reclutamento puntava in alto, restringendo
i suoi ranghi a non residenti di prestigio
quali "i professori italiani".
Certo, anche qui esistevano
delle gerarchie. Perlomeno improbabile poteva
risultare l'equiparazione tra un consesso
(para)universitario come la Galileiana
di Padova e la Società Economica di
Potenza; o, per rimanere in un solo contesto
statale, tra l'iperattiva Pistoiese e la
decadente Cortonese. Ma il solo fatto che
esistessero tante capitali - anche più d'una
per Stato, dato il rango di "seconda capitale"
di Venezia, Genova e Palermo - e tante sedi
universitarie per ogni Stato, sembrava favorire
un confronto più paritario tra i centri
e le periferie, e un allargamento dei criteri
di ammissione che, in effetti, si rese presto
necessario.
Il
quarto congresso (Padova 1842) fu anticipato
da un diktat
del presidente, conte Cittadella Vigodarzere,
che raccomandava ai commissari per le
ammissioni la più indistinta generosità
nei riguardi delle appartenenze accademiche.
A poco poteva valere l'imperioso richiamo
al Regolamento dei promotori milanesi
che, due anni dopo, optarono per un'interpretazione
assai restrittiva. Il numero degli scienziati
si moltiplicò nel corso del decennio scarso
di esistenza dei congressi. Dai 420 del
1839 si passò, in un trend non regolare, ai quasi 1500 di Venezia
(1847). Le maglie dell'ammissione si erano
allargate (se non rilassate) in molti
e diversi ambiti. Altre 'specializzazioni'
e nuove figure entrarono in forze nei
ruoli dell'accademia itinerante[27]. La categoria degli
Amatori non serviva, alla fine di questa
vicenda, praticamente a nulla, se non
a garantire il quasi-anonimato a individui
compromessi con le polizie o, fino al
1846, con il veto opposto dal Papato.
Uno
dei dati salienti era rappresentato proprio
dal 'trionfo' delle periferie - e delle
loro accademie - ad onta di tutti i distinguo
della prima ora.
I
registri dei "congressisti" aprono una
finestra straordinariamente ricca sull'universo
accademico pre-quarantottesco. I sodalizi
rappresentati furono quasi 200 - più di quanti
non se contassero nel Congrès scientifique de France in un torno
di tempo quasi doppio. Su circa 4800 "scienziati"
italiani ben 2100 poterono vantarono almeno
un diploma accademico - quasi il doppio
di quanti fecero lo stesso nei dipartimenti
francesi. Fiorenti o in decadenza, fattive
o vuotamente retoriche che fossero, le
accademie italiane godevano nel loro insieme
di una salute perlomeno sorprendente.
Rispetto al caso francese, quelle multidisciplinari
o con una prevalente vocazione pratica
(vale a dire: economico-agrarie), si mostravano,
nei centri come nelle periferie, più numerose,
ricettive e rappresentative di quelle
principalmente o esclusivamente letterarie
o archeologiche. Tutto sommato, la galassia
accademica italiana si mostrò, almeno
sul piano dei principii, all'altezza della
pregiudiziale scientista che aveva connotato la nascita
delle assisi itineranti.
Un
tale tripudio quantitativo non va sottovalutato.
Anche perché esso ebbe delle conseguenze
non episodiche sulla vicenda complessiva
dei congressi nazionali. A chi, alla vigilia
del '48, chiedesse quali fossero le capitali
della scienza italiana alla luce degli
atti dei congressi, si doveva rispondere
che semplici capoluoghi Arezzo o Pistoia,
Brescia o Bergamo avevano superato per
varie ragioni - e di varia misura - le
sedi universitarie pontificie e quelle
sarde. E si sarebbe dovuto far presente,
che anche all'interno dello stesso Stato
le gerarchie non dovevano poi essere tanto
valide, se tra i sudditi del Papa si erano
iscritti più maceratesi o pesaresi che
non perugini o urbinati. Per spiegare
la presenza di sei volterrani, ad esempio,
non si poteva che far riferimento a quel
cenacolo di eruditi. Ma doveva essere
messa in risalto anche la portata 'sovracittadina'
di sodalizi che, oltre che ad alcuni scienziati del luogo, fornirono il lasciapassare
a non pochi "connazionali" o "esteri"
altrimenti inammissibili. Fu questo il
caso di varie società economiche del Mezzogiorno
e di alcuni atenei lombardo-veneti. Di
altre accademie, come la Valdarnese di
Montevarchi e la Zelante di Acireale,
si doveva infine rilevare una (insospettabile?)
levatura nazionale.
L'ammissione della scienza
di provincia presso i congressi nazionali
non passò, ovviamente, solo attraverso le
accademie o le altre strutture (scolastiche,
mediche, agrarie) locali. Il diploma di
corrispondente di un'importante accademia
"centrale" permetteva il più delle volte
di essere ammessi, senza problemi e con
pieni diritti, anche a figure parecchio
lontane dall'ideale del professore/professionista
delle discipline fisiche, naturali, mediche.
La morbidezza del regolamento italiano poteva
avvantaggiare tanto i provinciali quanto
gli abitanti delle capitali. Fatto sta che
grazie ad essa ottennero di essere rappresentate
nella geografia scientifica nazionale il
numero impressionante di 450 località. Alle
capitali e alle maggiori sedi universitarie
facevano seguito centri di vario rango istituzionale.
Se tutti o quasi i capoluoghi di provincia
disponevano di almeno un'accademia, una
manciata di esse si collocava a livelli
anche più periferici e declassati. Non mancavano
neppure borghi di minuscole dimensioni,
rappresentati da medici condotti o da proprietari-agronomi
che difficilmente mancavano di vantare,
di fronte ai colleghi "congressisti", il
proprio o i propri diplomi accademici.
La scienza della nazione,
le scienze delle patrie
Gran
parte di questa scienza di periferia fu
francamente d'impaccio a quei pochi scientifiques che potremmo definire 'di primo livello' - professionisti
e/o universitari -, che gradualmente si
persero tra le migliaia di partecipanti.
Questi ovviamente reagirono, e anzi si
difesero come potevano; e facendo ciò
consentirono ai congressi italiani di
conservare parte del germanico carattere
selettivo smentito dalla peraltro notevole
somiglianza al 'modello' francese. Quell'esigenza
di distinzione e gerarchizzazione che
né la lettera del regolamento né le più
severe disposizioni bastarono a supportare
passò, ad uno stadio successivo, attraverso
l'iscrizione alle singole sezioni.
Le
sezioni che discendevano più direttamente
dalle esperienze tedesca e inglese erano
quelle di scienze naturali, di scienze
fisiche e matematiche, di medicina e chirurgia.
Le scienze naturali e fisiche erano coltivate
in tutte le accademie polimatiche; le
prime, inoltre, avevano spazi in altri
sodalizi di provincia. Il collezionismo
costituiva il grado minimo di questo campo,
frequentato da innumerevoli esponenti
delle élites di antico retaggio. Eppure, quelle
sezioni furono le meno affollate nei congressi
italiani: le meno numerose, ma le più
internazionali e qualificate sul piano
dei protagonisti e delle credenziali [28].
La
gran parte dei diplomi accademici servì
poco davanti a questo tribunale di secondo
grado. Essi furono invece sufficienti
per partecipare agli eclettici dibattiti
della sezione di agricoltura e tecnologia,
dove si spaziava dalle nuove colture alle
bonifiche, dalla letteratura popolare
allo stato morale della manodopera rurale.
Acquisirono un importante valore aggiunto
quando, nel 1845, fu creata la sezione
di archeologia e geografia. Rapidamente
transitata verso una comprensione molto
larga del sapere storico, essa risultò
permeabile ad animate discussioni che,
come nelle assisi francesi, toccavano
da vicino la questione dei rapporti centro-periferia
dal punto di vista culturale prima ancora
che istituzionale[29].
Questa
singolare "repubblica democratica" della
scienza nazionale non sopravvisse al 1848,
per ragioni estremamente note di natura
politica. Ma già da parecchi anni si sentivano
qualificate lamentele circa l'instabilità,
l'ingovernabilità e l'inutilità di un
consesso tanto eterogeneo. Ci si era battuti
affinché la suddivisione tra membri e
amatori funzionasse davvero. Si era proposto
di puntare tutto sulle pubblicazioni,
così da estromettere almeno i meno presentabili
tra gli "accademici di provincia". Pochissimi
arrivarono dove erano arrivati gli organizzatori
milanesi, cioè all'esclusione di un intero
corpo (una Facoltà di scienze politico-legali),
semplicemente perché la vocazione in questione
non rientrava tra quelle dell'associazione
itinerante[30]. Orientamenti analoghi
a questo, comunque, si risentirono nel
1861, quando i congressi ripresero la
marcia da Firenze.
Gli
anni '50 non erano passati senza colpo
ferire sull'arcipelago accademico. Per
ragioni politiche, in seguito alla sospensione
di fondi pubblici o per naturale esaurimento,
erano cadute o caddero nei primi anni
post-unitari alcune voci che molto avevano
figurato nei congressi risorgimentali.
Agli uffici per le ammissioni non si sarebbero
più presentati Risorgenti da Osimo, Euteleti
da San Miniato, Concordi da Bovolenta
o Ardenti da Viterbo. Dopo l'unificazione
amministrativa del 1865, inoltre, le società
economiche del Sud dovettero uniformarsi
alle strutture e finalità dei comizi agrari
dello Stato sabaudo. Gli atenei lombardi
e veneti non scomparvero in blocco, ma
alcuni di loro andarono incontro ad una
silenziosa agonia terminata ai primi del
'900.
Mentre il panorama pre-quarantottesco
si sfoltiva per ragioni per così dire naturali,
altre accademie decadevano inopinatamente
da centrali a provinciali
[31]. L’Accademia dei Georgofili,
quelle di Napoli, la Torinese, l’Istituto
lombardo e l’Istituto
veneto, le accademie ducali: tutte dovettero
confrontarsi negli anni Settanta con il
progetto selliano della Roma scientifica,
con la fondazione dell’Accademia Nazionale
dei Lincei (rimessa al governo per la nomina
di nuovi membri). Anche la Società
dei XL, unica accademia nazionale esistente
prima dell’Unità, fu infine
trasferita nella nuova capitale. Certo,
Roma non era Parigi, e il verticismo auspicato
da Sella,
si scontrò con inossidabili resistenze.
Nelle sedi universitarie le accademie si
strinsero in un nesso ancor più forte
con le facoltà di riferimento. La
norma dello Statuto Albertino, che prevedeva
per i più autorevoli accademici di
Torino la eleggibilità a senatori,
fu estesa ai membri delle principali accademie
degli Stati pre-unitari. Per molte altre,
l’età liberale significò
l’acquisizione della personalità
giuridica e l’approvazione regia degli
statuti: acquisizioni di prestigio e utili
per strategie di un certo respiro, ma ottenute
ancora in assenza di una normativa organica.
Gli
ultimi congressi ottocenteschi testimoniano
di tale transizione. Nei ruoli del Congresso
senese (1862) e di quello romano (1873),
le appartenenze erano segnalate in modo
molto parco. A Siena se ne avvalsero per
lo più quanti non appartenevano ai ranghi
ufficiali dell'insegnamento superiore,
pur disponendo di sufficienti credenziali
in termini di pubblicazioni e "chiara
fama". I registri romani riportano appartenenze
accademiche per una sessantina su 250
partecipanti. Rispetto alla fase pre-unitaria,
la proporzione si era praticamente dimezzata,
e concentrata attorno a pochi poli: le
accademie delle scienze di Napoli, Torino,
Milano, Venezia, oltre ai Georgofili.
Per il resto, il punto di riferimento
sembrava spostato su di un settore non
nuovo, ma che solo in quegli anni assumeva
una più precisa fisionomia: l'associazionismo
specialistico o monodisciplinare [32]
.
L'appartenenza
alla località cedeva terreno a favore di quella disciplinare.
Per il resto, auspice anche la Legge Casati,
la partita tra centro e periferia si stava
chiaramente appuntando sulla causa delle
università. Per ottenere il pareggiamento
degli atenei incompleti si misero concordemente
all'opera consorzi, autorità locali, comunità
di professori. A questo zelante "patriottismo"
dovette affidarsi pure la maggior parte
delle accademie provinciali. Permanendo
i dislivelli qualitativi e quantitativi
dei lavori, per molte risultò difficile
(e forse anche poco desiderabile) emergere
dall'orbita locale. Esse trovarono negli
studi "patrii" uno spazio e una missione
specifici, non inferiori bensì diversi rispetto alla scienza delle università e dei maggiori istituti.
Alcune si operarono per dotare la loro
città di una società storica, contribuendo
a quella proliferazione di associazioni
di storia patria sulla quale, più che sulle stesse
accademie - piegate più che altro ad una
politica di controllo -, sarebbe intervenuta
negli anni 1930 l'azione di riordino dall'alto.
Al
momento della creazione della Unione Accademica Nazionale
(1923) e poi del Consiglio
Nazionale delle Accademie (1938), a farne
parte furono chiamati i presidenti di
quei pochi istituti che in età pre-unitaria
avevano goduto dello status
di accademie centrali: da Nord a Sud,
l'Accademia delle scienze e l'Accademia
di agricoltura di Torino, gli Istituti
di Milano, Venezia, Bologna, l'Accademia
di Modena, i Georgofili, i Lincei, la
Società Reale di Napoli e l'Accademia
di Palermo (oltre all'Accademia di belle
arti di San Luca e all'Accademia musicale
di Santa Cecilia). Una manciata, insomma,
di quanti erano ancora in vita tra i quasi
200 cenacoli celebrati nei congressi della
Restaurazione.
Guardando
al caso francese, si potrebbe parlare
di vittoria del policentrismo e tenace
persistenza del localismo pre-unitario.
E questa è una conclusione indubbiamente
valida, se si osserva il fenomeno dall'ottica
nazionale.
Per i protagonisti di metà
e fine '800, invece, la sorte dei più piccoli,
decentrati e talora inconcludenti istituti aveva rappresentato
la sanzione di un fallimento, nonché la
ragione di nuove battaglie - con |