| Daniele Tricarico
Cucine
nazionali a confronto. I percorsi
della cucina italiana in Gran Bretagna
|
Il cibo è stato e continua
ad essere un forte marcatore di identità
sia a livello individuale che in ambito
sociale. Appare evidente come i consumi
alimentari contribuiscano per esempio a
delineare gli stili di vita delle società
contemporanee. Individui dalle caratteristiche
sociografiche simili tendono a seguire percorsi
affini anche dal punto di vista dei gusti
e delle preferenze alimentari [1]. Al centro
del discorso storico sul cibo, così
come di quello antropologico e sociologico,
non vi è tanto il gusto inteso come
quello «che si trova nella lingua»,
come esperienza individuale, quanto quello
«che si trova nella mente»,
come frutto di un’estetica, di un
insieme di preferenze, di tradizioni e abitudini
di consumo trasmesse all’interno di
una società [2]. Una storia, così
come una sociologia o una geografia del
gusto si fondano dunque su una concezione
di gusto come esperienza di cultura condivisa
socialmente. Il gusto è socialmente
determinato. Esso inoltre cambia e segue
percorsi diversi, è cioè un
prodotto della storia e si modifica nel
tempo così come nello spazio. Nel definire il cibo e il gusto come marcatori
di identità non bisogna dimenticare
che l’identità prende forma
nel momento in cui la si concepisce in rapporto
al diverso. Come l’idea stessa di
etnico [3], la concezione di cucina etnica
si forma nel momento in cui essa esce dal
suo nucleo di origine e si confronta con
sistemi ed abitudini alimentari diverse.
Capatti e Montanari in questo senso parlano
di tradizioni alimentari e di identità
come frutto di uno scambio:
quando si tratta di tradizioni alimentari,
sembrerebbe scontato pensarla come appartenenza
a un territorio: i prodotti, le ricette
di un determinato luogo. Ma così
si dimentica che l’identità
si definisce anche (o forse soprattutto)
come differenza, cioè in rapporto
agli altri. Nel caso specifico della gastronomia
ciò appare con chiarezza: l’identità
locale nasce in funzione dello scambio,
nel momento in cui (e nella misura in cui)
un prodotto o una ricetta si confrontano
con culture e regimi diversi [...] Il prodotto
esclusivamente locale è privo di
un’identità geografica in quanto
essa nasce dalla sua delocalizzazione. La
mortadella di Bologna (o Bologna tout court)
si definisce come tale solo quando esce
dal suo ambito di produzione [4].
Anche Van der Berghe, nell’offrire
una lettura dei legami fra cibo ed etnicità
come una forma di parentela allargata, pone
l’accento sul ruolo dello scambio
e del contatto con il diverso:
i sistemi alimentari riguardano,
in primo luogo, la nostra parentela ristretta,
dal momento che tutti noi siamo stati
nutriti sin dalla nostra nascita all’interno
di piccoli nuclei famigliari, ma riguardano
anche l’etnicità, intendendo
questa come una forma di parentela allagata.
Come l’etnico stesso, la cucina
etnica diventa una realtà cosciente
di sè stessa quando i confini etnici
vengono sorpassati [5].
Molti studi di stampo storico, antropologico,
geografico e sociologico hanno inoltre contribuito
a dimostrare come attorno alle nozioni di
cibo e di gusto vi sia una forte intelaiatura
di senso correlata ai concetti di nazione
e nazionalità [6]. Nel descrivere
cucine diverse la nazionalità diventa
spesso l’elemento distintivo principale,
tanto che cibo e nazionalità sembrano
due idee così strettamente legate
fra loro che è difficile pensare
a una senza l’ausilio dell’altra [7].
Così come il linguaggio, il cibo
articola molte nozioni, tra cui quelle di
inclusione ed esclusione, di orgoglio nazionale
e perfino di xenofobia e ne è dimostrazione
il fatto che spesso sono proprio i tratti
distintivi della culture culinarie ad essere
utilizzati nei discorsi negativi sulla nazionalità.
I discorsi razzisti, per esempio, si articolano
di frequente nel disprezzo delle abitudini
alimentari altrui [8]. Le cucine nazionali, in quanto contenitori
emozionali e simbolici, sono state storicamente
un importante strumento di identità
per i popoli e anche sulla base delle differenze
alimentari si sono costruiti i confini culturali
tra nazioni [9]. La storia alimentare di
qualsiasi nazione è dunque la storia
della nazione stessa con le sue mode gastronomiche,
le sue manie, i suoi desideri e, nel caso
britannico, la storia delle eredità
complesse del colonialismo e dell’immigrazione. In questo articolo ci muoveremo all’interno
dei non semplici concetti di nazione e cucina
nazionale e tenteremo di fare luce su alcuni
dei fenomeni culturali che prendono avvio
quando una cucina nazionale, quella italiana,
si sposta e si attualizza in un contesto
diverso da quello di origine, quello della
Gran Bretagna. Nel tentativo di ricostruire
alcune delle cause del successo globale
della cucina italiana, le isole britanniche,
per tradizione ponte tra Europa ed America,
offrono ottime prospettive per un’analisi
socioculturale e storica della cultura del
mangiare italiano all’estero.
Fra le cause principali della penetrazione
culturale delle cucine altre e del gusto
etnico nelle abitudini di consumo britanniche
si trova innanzitutto il fenomeno dell’immigrazione
[10]. L’industria del catering è stata da sempre fonte
di sostentamento per gli immigrati, e ciò
e ancor più vero per il caso italiano
e di altre culture alimentari ricche
come quelle di Cina e India. Il lavoro di
trasmissione culturale collegato all’immigrazione,
è stato portato avanti in anni più
recenti dai mezzi di comunicazione di massa,
dei programmi televisivi, delle riviste
e dei libri di cucina. Attraverso il lavoro
di mediazione degli intermediari culturali,
dei celebrity chef [11], degli scrittori di guide gastronomiche e degli esperti di cucina,
è stato valorizzato e promosso il
cibo degli altri, che si tratti delle cucine
etniche o delle cucine di paesi vicini come
Francia e Italia. L’interesse per l’alimentazione
e per le sue pratiche continua oggi a vivere
in Gran Bretagna una fase di grande sviluppo,
una crescita testimoniata non solo dall’interesse
da parte da parte della cultura alta, ma
anche (e soprattutto) dalla sempre maggiore
centralità che il cibo e il cucinare
assumono nelle espressioni della cultura
popolare, nei giornali e nelle riviste,
in televisione, nelle guide e nelle fiere
gastronomiche. L’Italia e la sua cultura
del mangiare sono costantemente al centro
di queste espressioni e sul forte potere
simbolico della cucina italiana su fondano
i discorsi comunicativi di numerose marche
e prodotti. La nostra analisi non può
quindi prescindere dall’osservazione
di certi aspetti legati al marketing e alla
commercializzazione dei prodotti della cucina
italiana.
Significati e funzioni di una cucina nazionale
fra Italia e Gran Bretagna Molti studiosi concordano sul fatto che
l’idea stessa di cucina nazionale
non sia altro che un artefatto, una creazione
culturale. Douglas ricorda che i popoli
hanno bisogno, in particolare nei momenti
di grande cambiamento, di una cucina nazionale
come strumento di affermazione della propria
identità politica. Al fine di creare
una cucina nazionale, una nazione mischia
e compatta le proprie cucine locali e regionali [12].
La Cecla in La pasta e la pizza (1998) descrive
il percorso di formazione della cucina nazionale
italiana come un processo di semplificazione
di un sistema culturale complesso. Si tratta
di una traduzione semplificata che La Cecla
chiama «l’invenzione di una
traduzione», o con un termine solo
bowdlerizzazione [13]. Nel caso italiano il processo di formazione
e diffusione della lingua nazionale aiuta
a comprendere anche la natura del percorso
creativo della cucina nazionale. Se l’italiano
come lingua nazionale si impone in un secondo
momento rispetto alle varietà regionali
che sono parlate nella penisola prima che
l’unita politica si realizzi, lo stesso
in un certo modo accade per la cucina nazionale,
nonostante oggi si tenda a considerare,
in modo romantico, certi piatti e tradizioni
culinarie come al di fuori del tempo, tramandati
di generazione in generazione all’interno
della famiglia. Se ciò è in
un certo senso vero per le specialità
e le tecniche regionali, a ben vedere il
modello che viene oggi concepito come nazionale,
con la pizza e la pasta sulla copertina,
è frutto di una creazione più
recente. La lingua nazionale così
come la cucina nazionale sono creazioni
culturali che si affiancano in un secondo
momento al patrimonio culturale del luogo:
l’italiano regionale e la cucina regionale. Anche Mintz in Tasting Food, Tasting Freedom
(1996)[14] afferma che una cucina nazionale
è una contraddizione in termini perché
possono esistere solo cucine regionali.
Una cucina nazionale, secondo Mintz, è
un artificio generalizzante basato su ciò
che mangia la gente all’interno di
uno specifico sistema politico. La cucina
può perciò essere definita
solo come il modo corrente di mangiare di
una popolazione di una precisa regione e
del modo in cui tale popolazione parla del
proprio cibo. Nel caso dell’Italia, un ruolo di
primo piano in questo processo di «invenzione
della tradizione» [15] è ricoperto
da Pellegrino Artusi, autore del celebre
La Scienza in cucina e l’arte di mangiar
bene (1891) [16]. Il ricettario di Artusi
si inserice nella storia d’Italia
con un’intenzione ben precisa, quella
di ricercare una sintesi della cultura alimentare
del nostro paese. Artusi realizza una vera
e propria opera di astrazione delle cucine
locali alla ricerca di uno stereotipo. Nelle
diverse edizioni dell’opera, Artusi
mischia elementi della cucina siciliana,
napoletana, lombarda, recuperando vecchie
e nuove ricette e curando nel frattempo
l’italiano della scrittura, che gli
sembra eccessivamente intriso di dialetto.
Il lavoro di Artusi, borghese romagnolo,
è diretto alla nuova borghesia italiana,
desiderosa di distanziarsi dall’esempio
francese che fino a quel momento aveva rappresentato
il modello dell’alta cucina. L’opera
di Artusi arriva in un momento opportuno
«in un periodo di trapasso, di stanchezza
e di decadenza della cucina italiana, tutta
regionale da una parte e tutta francesizzante
dall’altra; il purismo, il patriottismo
linguistico e culinario del libro coprirono
un vuoto della coscienza nazionale italiana» [17].
Si intravede chiaramente nella Scienza in
cucina l’intento politico di Artusi,
e vi è chi, come Camporesi, è
arrivato a dire che La Scienza in cucina
ha fatto di più per l’unificazione
nazionale di quanto non abbia fatto il Manzoni
con I Promessi Sposi. La nostra coscienza
politica, in altre parole, si forma e si
determina anche attraverso ciò che
mangiamo [18]. Non c’è dubbio che tutte le
cucine nazionali, in quanto sistemi culturali,
si comportino come il bricoleur di Lévi-Strauss[19],
assemblando e reinventando le influenze
che incontrano nel corso della storia. In
Imagined Communities: Reflections on the
Origin and Spread of Nationalism [20] Benedict
Anderson ha affermato che la nazione è
una comunità immaginata e che di
conseguenza la dieta nazionale, uno dei
cardini dell’identità popolare,
non è altro che una rassegna di piatti
e tradizioni immaginate. Sia in Italia che
in Gran Bretagna la tradizione nazionale
è somma e composizione di elementi
portati dal corso della storia e sottoposti
ad un processo di trasformazione, adattamento
e ibridazione. Gli alimenti che definiscono
il senso di identità di una nazione,
sostiene Anderson, spesso hanno storie complesse,
fatte di scambi commerciali e culturali,
e nel caso britannico, di colonialismo.
In ambito inglese basti pensare al caso
della patata che, proveniente dalle Americhe,
diventa ben presto base e sostentamento
dell’alimentazione popolare o alla
tazzina da tè che, come nel caso
della pasta per l’Italia, si trasforma
in vera e propria icona nazionale, riassumendo
così il senso di identità
nazionale britannica. Stuart Hall ricorda che nonostante non
vi sia una singola piantagione di tè
in tutto il Regno Unito, «questa è
la simbolizzazione dell’identità
inglese – voglio dire, che cosa si
conosce degli inglesi nel mondo se non che
non possono portare a termine la giornata
senza una tazza di tè?» [21].
Come ha osservato Friedman in Being in the
worlds: localization and globalization [22],
le cucine nazionali sono sempre sottoposte
ad un processo di creolizzazione attraverso
cui il passato si sedimenta nel presente.
Il fatto che il tè sia un prodotto
di importazione è dunque irrilevante
per la definizione del tè come bevanda
nazionale degli inglesi, così come
è irrilevante per l’identità
italiana che la pasta possa essere stata
introdotta dalla Cina da Marco Polo.
Libri e ricettari di cucina ci dicono moto
sul mix culturale che ha assegnato certi
alimenti a determinati paesi e nella storia
della cucina britannica occupa un posto
di rilievo il celebre Mrs Beeton’s
book of household management (1859)
[23], della ventiduenne Isabella Beeton. Il libro di Miss Beeton,
oltre che un ricettario, è un dettagliatissimo
manuale di comportamento e di organizzazione
della casa rivolta alla middle class
vittoriana, ma le similitudini con l’opera
di Artusi sono molte e significative. Innanzitutto
si tratta di libri scritti da borghesi per
borghesi. Entrambe le opere inoltre sono
due grandi successi editoriali e conteranno
numerose edizioni. Il book of household
management è una fotografia
della cucina borghese dell’epoca e
ciò che colpisce, nello scorrere
le ricette, è il carattere spiccatamente
internazionale.
Come nel ricettario di Artusi la cucina
francese è sempre presente come modello
di riferimento. L’autore romagnolo
si concentra però sulla cucina regionale
italiana e di frequente chiama i piatti
con gli apellativi del luogo: triglia alla
livornese, tartufi alla bolognese, fave
alla romana. Nel libro di Miss Beeton, invece,
alle numerosissime ricette di ispirazione
francese se ne affiancano molte altre del
nuovo mondo o dell’Europa continentale.
Molti sono i piatti che vengono descritti
secondo i termini della loro nazionalità.
Colpisce soprattutto la quantità
di ricette di ispirazione italiana. Si contano
infatti diverse versioni di macaroni serviti
con formaggio parmigiano o del Cheshire,
o di macaroons utilizzati nei dolci,
come nel caso di un pudding di macaroni.
Troviamo inoltre una crema all’italiana
e una dettagliata analisi sulle varietà
dei funghi italiani. Osservando la varietà
internazionale delle ricette di Miss Beeton
si intuisce come sin da quegli anni la cucina
britannica abbia uno marcato carattere internazionale
e sia già in grado di mischiare disinvoltamente
agli elementi autoctoni termini e prodotti
europei e d’oltremare. L’opera
di Miss Beeton ci dimostra inoltre come
la cucina italiana abbia acquisito un riconoscimento
internazionale qualche decennio prima dell’unità
nazionale e dell’apparizione del ricettaro
di Artusi. Se La Scienza in cucina è
un opera per l’Italia e per gli italiani,
il book of household management ci ricorda
che una cucina italiana è gia percepita
all’estero ben prima del’unità
nazionale, prima ancora cioè dell’avvio
del’opera di costruzione simbolica
dell’italianità da parte degli
italiani stessi. Come ha affermato Montanari,
l’Italia, prima ancora di essere nazione,
già esiste all’estero (nel
nostro caso in Gran Bretagna) come spazio
fisico e mentale ed è per così
dire pensata attraverso la sua cucina.
L’immigrazione
italiana in Gran Bretagna: la storia di
un incontro in cucina
Abbiamo in precedenza ricordato come il
modello francese abbia rappresentato per
secoli, in tutta Europa, un riferimento
per la cucina alta. In Gran Bretagna i modelli
della cucina di corte francesi convivono
con la tradizione del luogo almeno a partire
dal XVII secolo [24]. Warde ricorda che un’ammirazione per la cucina francese
è rintracciabile sin dai tempi delle
guerre napoleoniche quando «le isole
britanniche avevano cominciato ad apprezzare
gli chef francesi, i più famosi ristoranti
offrivano piatti francesi e spesso i menu
erano interamente scritti in francese»
[25]. Secondo Driver, almeno dal 1880 fino agli anni Trenta del ’900
«la situazione gastronomica nazionale»
è caratterizzata da una relativa
stagnazione, che si accompagna ad una ricerca da parte della classe media della raffinatezza
secondo i modelli provenienti dalla Francia.
Nel dopoguerra tuttavia si riscontra una
rinnovata attenzione verso le cucine altre,
quello che Hardyment in Slice of Life
[26] chiama «l’inizio di una nuova epoca».
A dare una scossa alla stagnazione del panorama
culinario britannico arriva l’opera
della scrittrice e viaggiatrice Elizabeth
David, che nell’arco di una decina
d’anni pubblica una serie di libri
e ricettari che lasceranno il segno nella
storia della cucina e dell’editoria
inglese. Il suo primo libro, A Book
of Mediterranean Food (1950) [27], con i suoi racconti di terre e suggestioni da scoprire, rappresenta
per i lettori britannici una via di fuga
dalle condizioni spartane del dopoguerra.
Successivamente David realizzerà
French Country Cooking (1953) e
Italian Food (1954) [28], fonti di nuove fantasie e ispirazioni culinarie. Italian Food,
frutto di un viaggio di dieci mesi della
scrittrice in Italia, presenta alle casalinghe
della classe media la varietà regionale
della cucina italiana.
Le massaie inglesi, pur avendo meno tempo
a disposizione in cucina rispetto al passato
e pur continuando a dimostrare maggiore
affinità con le pietanze precotte
e inscatolate rispetto a quanto avvenga
in altri paesi europei, apprezzano sempre
di più le nuove cucine provenienti
dall’estero. L’attività del cucinare, inoltre,
smette di essere una mera questione di sopravvivenza
e si trasforma nel corso degli anni ’50
e ’60 in hobby della classe media.
White, nel suo studio sugli articoli di
cucina nelle riviste femminili [29], delinea
alcune caratteristiche delle abitudini culinarie
britanniche del dopo guerra. La gente dedica
più tempo alla spesa e ne spende
assai meno in cucina, dal momento che l’industria
manifatturiera ha ridotto notevolmente il
peso ingrato del cucinare grazie all’introduzione
degli alimenti precotti e prelavati. Da
quel momento «la cucina smetteva di
essere un’eterna battaglia per trasformare
ingredienti semplici ed economici in pietanze
invitanti e appetitose, e diventava un nuovo
hobby, sia per gli uomini che per le donne,
ora finalmente desiderosi di sperimentare
piatti esotici e provare nuovi ingredienti» [30]. I libri di Elizabeth David arrivano in
un clima di grande vivacità economica
e culturale. Si tratta di un passaggio importante
che corrisponde alla fine del razionamento
e alla diffusione nelle aree metropolitane,
a Londra in particolare, delle cucine etniche
introdotte dagli immigrati. I primi ristoranti
cinesi e indiani si stabiliscono nella capitale
durante il boom dell’occupazione,
che a metà anni ’50 attira
molti nuovi immigrati. In un primo momento
confinati nei quartieri periferici, dove
si concentra il flusso migratorio, questi
piccoli locali si ritagliano nel giro di
pochi anni spazi sempre maggiori. Queste
imprese commerciali rappresentano per gli
immigrati il primo vero veicolo di emancipazione.
Con poco capitale a disposizione e poca
o nessuna conoscenza del nuovo ambiente,
essi trovano nei bar e nei piccoli ristoranti
racchiusi nelle comunità d’origine,
la prima vera possibilità di affermazione
economica e riconoscimento sociale. Il cibo
è al tempo stesso sistema internazionale
di comunicazione e veicolo per l’emancipazione
delle minoranze, che permette agli immigrati
di ottenere un ritorno economico immediato
anche grazie all’impiego del nucleo
famigliare come forza lavoro [31]. Come sottolinea Palmer nel suo interessante
studio sulla comunità italiana in
Inghilterra [32], le abilità richieste
per dare avvio a questi snack bar o, nel
caso degli italiani, coffee bar,
non sono così diverse da quelle necessarie
per dirigere una fattoria nella madre patria.
Gli italiani d’Inghilterra, che in
gran parte hanno un’origine contadina,
sanno che in entrambi i casi servono una
spiccata razionalità economica unita
alla capacità di mobilitare l’intera
famiglia nell’impresa. Tutto ciò
che serve per completare il periodo di transizione
«è un adeguato capitale iniziale
(messo insieme durante un periodo di lavoro
dipendente) un po’ d’esperienza
nel campo della ristorazione e una conoscenza
di base dell’inglese» [33]. L’occupazione
prevalente degli italiani è nell’industria
del catering, un’attività
che nella più antica potenza industriale
d’Europa era già sviluppata
sin dall’epoca tardo vittoriana. Il censimeno del 1911 registra solo nella
capitale 1.600 camerieri italiani, 900 cuochi
e circa un migliaio di cittadini di origine
italiana occupati nei diversi settori della
ristorazione. Si contano inoltre 1.400 panettieri
e ben 500 proprietari di piccoli caffè[34]. Bisogna attendere però gli anni
Cinquanta perché la cucina italiana
entri nella cultura mainstream attraverso
i due simboli per eccellenza del bar italiano:
il cappuccino, che diviene presto la bevanda
alla moda degli anni ’50, e la macchina
per il caffè. Quest’ultima,
inventata a Milano nel 1946, dà un
impulso decisivo alla coffee bar culture.
Terry Colpi in The Italian Factor (1991) [35]
descrive il successo della macchina da caffè
e del cappuccino, regalandoci un ritratto
di quella che diverrà un’icona
della cultura della cucina italiana globalizzata:
il contenitore sotto la macchina fatta
in legno e foderata di carta color metallo,
sapientemente maneggiato ad ogni singola
preparazione conteneva i fondi del caffè.
Le minuscole tazzine di espresso tutta caffeina,
che in Italia assicuravano quotidiane iniezioni
di energia, erano però assai meno
apprezzate in Gran Bretagna rispetto al
cappuccino, più delicato e amabile.
Il cappuccino era la bevanda della coffee
bar culture [36].
Nel 1960 si contano nel Regno Unito ben
duemila caffetterie italiane, di cui cinquecento
nella sola area metropolitana di Londra.
Prima che le trattorie italiane diventino
un fenomeno di massa, i caffè sono
parte integrante della cultura del mangiar
fuori. Se il fenomeno della caffetteria italiana
caratterizza tutti gli anni ’50, quello
della trattoria segna invece gli anni Sessanta.
Nel giro di un decennio, racconta Colpi,
ben due terzi dei bar presenti sul territorio
nazionale si trasformano in veri e propri
ristoranti. In un primo momento vengono
offerti degli accompagnativi al caffè
e al cappuccino ma ben presto si passa a
menu completi. La pasta e altri piatti base
della gastronomia italiana entrano così
gradualmente nelle abitudini di consumo
dei londinesi e degli abitanti dei grandi
centri urbani. Questa trasformazione avviene
in un momento in cui i londinesi, quelli
più giovani in particolare, vedono
crescere il proprio potere d’acquisto.
L’italianizzazione dei ristoranti,
che ha il suo apice nella swinging London
degli anni ’60, inizia con l’eclissi
della caffetteria italiana e con la sua
trasformazione in trattoria. La Londra a cavallo fra gli anni ’50
e ’60 è una città che
dal punto di vista culinario sperimenta
una commistione etnica senza precedenti [37].
L’italianità è in effetti
fin dai primi anni Cinquanta un marchio
di successo che viene venduto nei ristoranti
come esperienza del diverso [38]. L’italiano
è esotico e come tale viene oggettificato
e venduto nelle trattorie. Non solo il cibo
ma anche l’atmosfera e il servizio
concorrono a creare l’esperienza
del diverso. Hardyment rende bene l’idea
di certe caratteristiche del tipico ristorante
italiano attraverso una interessante descrizione
caricaturale:
l’italianità era venduta fra
bottiglie di chianti appese al soffitto
e Torna a Surriento improvvisata da un muzack.
Niente di ciò si era mai visto prima,
ma l’atmosfera da romance viaggiava
come un treno espresso [..] camerieri piacenti
maneggiavano suggestivamente dispensatori
di pepe e distribuivano rose rosse con sorrisi
smaglianti [39].
L’offerta di nuovi ingredienti
come l’olio
d’oliva, che continuano in quegli
anni ad essere utilizzati come medicinali,
così come gli ambienti rustici pieni
di riferimenti a un’Italia immaginata,
aumentano la curiosità e il senso
dell’esotico che si crea attorno
ai ristoranti italiani. Il marchio della
mediterraneità, di cui l’Italia
è agli occhi degli inglesi la rappresentazione
massima, ha una particolare presa e il successo
di Italian Food di David ne è
prova:
il cibo non era più visto come una
pura necessità ma era un oggetto
in sè, era ora importante almeno
quanto l’ambiente di consumo. Il cibo
era ora autentico, condito con ingredienti
veri come la mozzarella e il basilico importati
dall’Italia. Questa nuova insistenza
sull’autenticità aveva avuto
inizio dalla rivoluzione culturale che aveva
preso avvio con Elizabeth David [40].
La trasformazione di quelle
che sono semplici taverne in locali ampi
e luminosi va di pari passo con il passaggio
dalla proposizione di un’italianità
improvvisata (i grappoli d’uva
appesi alle pareti) ad una più studiata
ma non di minore effetto sul cliente.
Nel 1955 nasce nel West End di Londra il
primo locale della catena Spaghetti
House che in seguito si estenderà
capillarmente a tutto il paese. Hardyment
descrive il successo quasi immediato di
questo nuovo concept del ristorante italiano
e lo paragona a quello della catena dell’Hard
Rock Cafè, un fenomeno di massa negli
anni Novanta.
Sull’insegna fuori dal locale, si
poteva leggere la scritta Spaghetti,
but not on toast[41], un invito per
chi fosse entrato ad abbandonare le britanniche
abitudini.
Se la cucina italiana dunque si diffonde
in Gran Bretagna con grande rapidità,
ciò non implica una completa ed immediata
comprensione fra due culture del mangiare
diverse. Non mancano in questo vibrante
processo storico di ricezione culturale
momenti di incomprensione culturale, episodi
a ben vedere quasi necessari in percorsi
complessi. A questo riguardo un esempio
di grande interesse viene dalla storia della
televisione. In una puntata del seguitissimo
programma-notiziario della BBC Panorama
del primo aprile 1957 si trasmette la notizia
di un fantomatico raccolto
di spaghetti nel sud della Svizzera.
Il pubblico ascolta l’anchor-man dello
show Richard Dimbleby descrivere i dettagli
del raccolto che per quell’anno si
prefigura come particolarmente ricco grazie
all’inverno mite appena trascorso.
Le immagini mostrano delle famiglie di contadini
svizzeri che raccolgono la pasta dagli alberi
per riporla nelle ceste mentre il commentatore
tiene a precisare che il raccolto in Svizzera
non è nulla di simile a quanto avviene
in Italia, ma rimane comunque di grande
portata dal momento che contribuisce ad
alimentare la produzione della grandi fabbriche
dell’area di Milano. Si tratta ovviamente
di uno scherzo trasmesso sulla rete nazionale.
Il pesce d’aprile della BBC è
però decisamente ben riuscito e al
termine del programma i centralini della
rete di Stato ricevono centinaia di chiamate
di spettatori incuriositi. Questo episodio
divertente, oltre a mostrare il potere persuasivo
della televisione, gioca sulla reale conoscenza
da parte del pubblico di un alimento assai
diffuso come gli spaghetti. L’episodio
dimostra come gli spaghetti italiani siano
ancora in quegli anni un alimento nuovo
per le tavole britanniche, così diverso
e perfino esotico che sono in molti a credere
che si possa trattare in realtà di
una strana forma di vegetale.
Episodi di incomprensione culturale a parte,
negli anni ’60 la pasta e la pizza
fanno parte da almeno una generazione delle
abitudini di consumo britanniche. Nel 1965
viene aperta a St Alban’s la più
grande fabbrica di pasta d’Europa
e pasta e pizza sono entrate ormai definitivamente
nell’uso quotidiano. Con la commercializzazione
degli alimenti italiani da parte delle grandi
catene di distribuzione, la cucina italiana
smette di essere esclusivamente identificata
con l’esperienza della trattoria e
inizia ad essere considerata cibo di tutti
i giorni da comprarsi in scatola al supermercato.
Si tratta di una cucina che attraversa una
fase matura, per cui i suoi piatti principali
non sono più esclusivi del ristorante
ma sono entrati nell’uso quotidiano,
sono cioè diventati ciò che
gli inglesi chiamano staples (ingredienti
di base).
Arrivando ai nostri
giorni, nel 2002 si contano nel Regno
Unito circa 4.260 ristoranti italiani, che
registrano un fatturato complessivo di poco
superiore a un miliardo di sterline. Non
sempre cuochi, camerieri ed addetti sono
di origine italiana ma spesso vi lavorano
immigrati di diversa provenienza, nella
maggior parte dei casi portoghesi e spagnoli.
Nel 2005 il numero di locali italiani (escludendo
le pizzerie da asporto) è salito
a 4.700 unità, per una crescita del
10% rispetto ai dati del 2002. Non mancano
soprattutto nella capitale esempi di eccellenza
con ben quattro ristoranti italiani in possesso
della stella Michelin.
Il nuovo gusto del
ceto medio: la cucina italiana e lo stile
di vita postmoderno
Il concetto di lifestyle si basa sull’assunzione
che nelle società occidentali industrializzate
le scelte di consumo individuali, si fondino
oggi sulla libertà di scelta piuttosto
che su costrizioni sociali ed economiche.
L’espressione della propria individualità
attraverso gli stili di vita è così,
secondo molti, uno dei principali elementi
di distinzione delle società contemporanee
rispetto al passato:
la recente popolarità del concetto
di stile di vita è stata preceduta
dall’assunto secondo il quale quelli
che sono chiamati gli entusiasmi dei consumatori,
le decisioni su come spendere il proprio
denaro e su come trascorrere il proprio
tempo libero, siano conseguenza di una libera
scelta, elettiva piuttosto che socialmente
costretta, il cui tratto principale riguardi
l’espressione della propria individualità [42].
Il consumatore postmoderno è oggi
più esigente, scaltro, selettivo
e soprattutto autonomo rispetto al passato.
Egli non ha un’identità uniforme
e per questo non può più essere
inscatolato in uno “stile di vita”
definito [43]. La conoscenza di una cucina
diversa per esempio non implica una comprensione
profonda della cultura d’origine ma
permette un’esperienza del diverso
momentanea, come un abito che si indossa
e poi si smette dopo poche ore. I consumatori
contemporanei sembrano essere più
dei ‘turisti etnici’ che dei
profondi conoscitori delle cucine e delle
culture diverse. Quella del turista è
anche una delle metafore usate da Bauman [44]
per descrivere le strategia della vita postmoderna,
una strategia sempre in cerca della diversità
e di nuove esperienze, che rifiuta di legarsi
a identità stabili:
come il pellegrino era la metafora più
adatta per la strategia della vita moderna,
preoccupata dal compito inquietante di costruire
un’identità – il flaneur,
il vagabondo, il turista e il giocatore,
presi insieme offrono la metafora della
strategia postmoderna generata dall’orrore
di essere legati e fissati [45].
L’individualismo sembra
essere la vera essenza del consumatore di
oggi, sebbene si possa parlare anche di
marketing tribale, nel senso che da realtà
individuale la persona tende a riconoscersi
all''interno di una tribù. Si pensi
per esempio al fenomeno tipicamente anglosassone
dei foodies [46], come la categoria dei consumatori d’élite, degli
amanti della buona tavola. Il foodismo è
al tempo stesso tratto individuale ed espressione
della libertà di scelta del singolo
consumatore ed elemento costitutivo del
nuovo stile borghese come espressione delle
passioni, dei gusti e delle abitudini di
un gruppo allargato. I consumi alimentari sono certamente al
centro dei complessi e spesso contraddittori
stili di vita contemporanei e concorrono
alla formazione del nuovo gusto borghese [47].
In Gran Bretagna il nuovo gusto borghese
si pone in contrasto ai valori tradizionali
(modello culinario francese) ed è
essenzialmente il prodotto di quelle sezioni
della società che meglio si sono
adattate ai cambiamenti strutturali più
recenti. Featherstone sostiene che la Gran
Bretagna dell’era Thatcher ha vissuto
una serie di cambiamenti culminati nella
formazione di nuove strategie ed alleanze
fra gruppi diversi per cui sono state legittimizzate
e intellettualizzate nuove aree della cultura
popolare come la musica pop, la moda, il
design, le vacanze, lo sport e la cucina.
Questo processo «ha minato alla base
le definizioni assai ristrette di gusto
stabilite dalla classe intellettuale dominante» [48]
e di fatto ha rivalutato delle forme di
consumo meno snob e quindi più onnivore [49].
La classe media tradizionale nel corso degli
anni ’80 si è inoltre ridefinita
e allargata e allo stesso tempo è
diventata più frammentata al suo
interno per orientamenti culturali, usi
e abitudini di consumo. Già Bourdieu aveva osservato come
una delle caratteristiche del nuovo gusto
borghese fosse una nuova moralità
del piacere come dovere, fatto che spiegherebbe
il fascino del nuovo ceto medio per l’espressione
del proprio self. Questa natura estrema
degli stili di vita contempranei è
stata descritta da Savage et al. come la
strategia postmoderna per cui «un
salto al ristorante una sera è seguito
la sera dopo da una dieta» [50]. A seconda dei punti di vista, l’orientamento
di vita del ceto medio può sembrare
contraddittorio, dal momento che forme di
consumo culturale diverse si trovano spesso
a convivere, ma può anche essere
visto, come fanno Longhhurst e Savage, come
altamente differenziato. Alcuni individui
infatti preferiscono stili di vita salutari
altri invece sono attratti dagli eccessi.
Dunque si riscontrano «due differenti
culture, non una sola cultura postmoderna
che fa della contraddizione la sua ragion
d’essere» [51].
Il piacere per il mangiare e il bere si
può soddisfare a casa, così
come nei molti ristoranti italiani, francesi,
cinesi, greci e indiani o nelle località
di villeggiatura europee. Il nuovo ceto
medio ama l’eccesso e al reddito più
alto si accompagna quasi sempre a una fascinazione
per le cose straniere. Quest’ultimo
è uno dei caratteri prevalenti del
nuovo gusto medio e non è un caso
che Savage et al. usino proprio l’esempio
del ristorante etnico per parlare degli
stili di vita contemporanei. Oggi cenar
fuori è un’attività
molto comune all’interno del ceto
medio allargato, un’attività
che si configura assai spesso come un’esperienza
della diversità gastronomica. Il
ceto medio di oggi ama consumi interculturali
e l’esotico in cucina sembra ormai
essere parte della routine quotidiana, tanto
che si può parlare di «routinizazzione
dell’esotico» [52]. Viene infatti dato per scontato che gli individui accettino
come appropriate e assolutamente normali
le cucine diverse, sia che si tratti di
cucine etniche a pieno titolo come quelle
di Cina o India, sia che si tratti di cucine
di paesi vicini come quelle d’Italia,
Francia e Spagna. Savage et al. riportano una definizione
del nuovo ceto medio del giornalista Leadbeter
che nel 1989 descrivendo il tipo medio inglese
lo identifica con il professionista localizzato
nel sud-est del paese. Nella descrizione
di Leadbeter l’amore per ciò
che è straniero, per la cucina e
per la moda italiana o per le automobile
tedesche, è uno dei tratti tipici
del nuovo gusto medio. Dopo il jogging di
prima mattina, racconta nell’articolo
Leadbeter, gli esponenti del nuovo stile
di vita medio tornano a casa per la colazione,
a base di croissant e di caffè, preferiti
al tradizionale bacon con le uova:
mangiano pasta fresca e salame italiano,
bevono vino francese e birra spagnola, ammirano
la moda italiana e guidano macchine tedesche.
Con ogni probabilità sperano un giorno
di poter comprare una piccola fattoria nel
sud della Francia e non c’è
dubbio che si rechino molto più di
frequente in Spagna e in Italia che non
a Newcastle o a Liverpool [53].
In poche parole, Leadbeter riassume alcuni
dei tratti principali del nuovo discorso
del ceto medio ed è evidente che
la cultura italiana, o meglio l’appropriazione
di certi elementi del gusto italiano, rappresenti
una parte importante degli «attrezzi
culturali» [54] dell’individuo
che vuole mantenersi al passo con i tempi.
L’italianità
all’estero: tradizione, adattamento
e autenticità
In precedenza abbiamo parlato di appropriazione
del gusto italiano senza soffermarci sul
processo culturale che è alla base
di tale appropriazione. Non va dimenticato
infatti che la cucina italiana, come d’altronde
qualsiasi altra cucina nazionale all’estero,
è una cultura trasportata e trasformata
piuttosto che semplicemente replicata. Bisogna
quindi stabilire se l’autenticità
rappresenti una sorta di archetipo del piatto
al suo stato “naturale” o se
invece sia un qualcosa di replicabile attraverso
un lungo processo storico di ricezione culturale.
La nozione di autenticità
è assai più complessa di quanto
possa apparire, particolarmente quando si
ragiona attorno a una cultura alimentare
trasportata in un ambiente diverso da quello
d’origine.
Come hanno mostrato Farb e Armegalos [55], ogni cucina nazionale è fatta non solo di un sistema
di alimenti di base ma anche di un sistema
di abitudini e di modalità di consumo.
Sulle valenze del sistema gastronomico italiano
all’estero si è interrogata
in particolare Valerie Mars, che in un breve
saggio dal titolo efficace Spaghetti
but not on Toast! [56] ha analizzato l’ordine e la struttura di un pasto di un
ristorante italiano di Londra [57] per descrivere le dinamiche dell’adattamento di una cucina
all’estero. Secondo Mars, almeno nella
prima fase della penetrazione della cucina
italiana in Gran Bretagna, i piatti che
si sono meglio affermati sono stati quelli
più adattabili al gusto e agli usi
locali. Nel corso del processo di adattamento,
certi staples sono stati rivisitati
nel contesto del luogo e sono diventati
qualcosa di diverso, o addirittura nuovo,
nella sostanza e nell’uso. Per questo
motivo il minestrone, ad esempio, rientra
ancor oggi nell’alfabeto culinario
delle zuppe (minestrone soup) ed
è considerato piatto unico. Lo stesso
successo riscosso dal cappuccino, a ben
vedere, va ricollegato al favore del gusto
locale per un bevanda delicata, che è
un ottimo sostitutivo per il tè del
pomeriggio e si può bere in quantità,
a differenza del caffè espresso che
con il suo gusto forte e intenso rimane
più lontano dagli standard britannici
ed è «meno adatto ad adattarsi».
Inoltre se in Italia il cappuccino si beve
soprattutto alla mattina, in Gran Bretagna
è un all day drink a tutti
gli effetti. L’adattamento, dunque, è la
strategia attraverso cui gusti non famigliari
diventano famigliari. In tal senso, come
fa Warde, si può parlare anche di
«naturalizzazione». La naturalizzazione
è una forma di indigenizzazione [58]
che rende lo straniero (l’alieno)
più simile:
[l’indigenizzazione] è particolarmente
prominente nelle prime fasi di diffusione
di una nuova cucina e in effetti tende,
almeno inizialmente, a incoraggiare l’omogeneizzazione.
I gusti e i sapori son frutto di un compromesso,
le differenze sono minimizzate” [59].
In un secondo momento, quando
una cucina all’estero non rappresenta
più una novità ma entra in
una fase matura, prende avvio un processo
che si può definire di «improvvisazione».
La strategia dell’improvvisazione
si differenzia dall’adattamento o
naturalizzazione nell’utilizzare
la cucina diversa in un mish-mash
con quella locale e con altre cucine esotiche.
L’improvvisazione dunque si figura
come un restyling della cucina
locale a partire dalle novità del
repertorio di una cucina straniera che si
è affermata e si è diffusa
nell’uso comune. L’improvvisazione
come metodo di cucina creativa ha probabilmente
raggiunto l’apice con la moda culinaria
degli anni ’90 chiamata fusion.
Nata negli anni settanta in Australia e
diffusasi successivamente negli Stati Uniti,
la cucina fusion combina in maniera
creativa elementi delle diverse tradizioni
culinarie senza che uno prevalga sugli altri.
Nel contesto americano la cucina fusion
si è sviluppata in particolare in
California, dove sono sorti i primi esempi
di ristoranti americano-europeo-giapponesi.
Warren Belasco nel saggio Ethnic fast
foods: the corporate melting pot [60] fornisce alcuni esempi di cucina fusion, denominata
California Cuisine e servita da
un ristorante di New York, in cui l’elemento
italiano si affianca a quello giapponese
e americano:
tipico [della cucina fusion]
era un ristorante di New York che serviva
quadrati di pasta con erbe giapponesi
e bocconcini di pollo in brodo di zenzero;
pizza con formaggio di capra, patate,
pancetta sedano e pomodorini secchi [61].
Ci troviamo di fronte ad uno
stile internazionale che attraversa i confini
fra culture e che chiaramente implica qualche
rischio di confusione culturale. Certamente,
oltre ad essere un’espressione del
multiculturalismo contemporaneo, la fusion
è stata e continua ad essere una
soluzione culturale-culinaria che ha fatto
della convertibilità e della sovrapposizione
di gusti diversi la sua ragion d’essere.
In Gran Bretagna la filosofia fusion ha
largamente influenzato anche la cucina contemporanea
britannica, che ha fatto sue le influenze
più diverse. In tal senso non solo
i ristoranti ma anche i supermercati sono
diventati sempre di più dei «monumenti
all’ibridazione culturale» [62].
Il tema dell’ibridazione
culturale è stato ampiamente dibattuto
in sociologia e in antropologia. Nestor
Garcia Canclini nel fare riferimento alle
culture ibride [63] ha sottolineato come ibrido indichi una specie di frontiera,
una liminarità, qualcosa che sta
negli interstizi e che appartiene a diversi
ambiti nello stesso tempo. I processi di
ibridazione tuttavia non sono un fenomeno
nuovo ne tanto meno dovrebbero farci pensare
soltanto a momenti storici di dominazione,
di conquista, di colonialismo. Secondo Canclini
tutta la modernità è ibrida
e si presenta come il risultato della mescolanza
di mondi culturali diversi, che però
si sono incrociati e intersecati tra loro
fino a coesistere in nuove manifestazioni
che possiamo chiamare, appunto, culture
ibride. Nella modernità ciò
che è passato coabita con ciò
che è contemporaneo, il locale col
globale, la cultura d’élite
con la cultura di massa. È questo
il processo di ibridazione a cui niente
sembra poter sfuggire.
Nel panorama contraddittorio dei consumi
postmoderni, tuttavia, anche la richiesta
di autenticità è una forza
in costante crescita. La ricerca dell’autenticità
rientra sicuramente all’interno di
un processo di rafforzamento dell’identità
e delle tradizioni locali e nazionali minacciate
dalla standardizzazione e dalla globalizzazione
[64]. Negli Stati Uniti e in molti paesi europei, tra cui Italia
e Gran Bretagna, assistiamo per esempio
ad un ampio movimento di recupero delle
produzioni locali e artigianali, che ha
assunto talvolta connotati ecologici e solidali
stimolando nuove forme di alleanza tra consumatori
e piccoli produttori [65].
Anche a livello della grande
industria, la strategia che Warde chiama
dell’ «autenticazione»,
e che fa della nazionalità e dei
significati simbolici ad essa legati un
valore aggiunto da tradurre in vantaggio
competitivo, è fra le più
frequentemente utilizzate. Certamente l’autenticità,
è ricercata dai produttori per aggiungere
valore ai prodotti ed è oggi al centro
dell’interesse di coloro i quali si
pubblicizzano come specialisti delle cucine
regionali di Cina, Italia o Francia [66].
Non va dimenticato però che la concezione
stessa di una cucina italiana autentica
è innanzitutto una costruzione sociale
ed ideologica [67]. Davide Girardelli si è rifatto in tal senso al modello
del mito bathesiano per interpretare
il ruolo e le implicazioni del «mito
del cibo italiano» nella società
americana. Anche per il caso della Gran
Bretagna la figura del mito è di
grande utilità nel comprendere il
complesso gioco di scambio fra esoticismo
e identificazione. Il mito è attraente
perché trasporta elementi che non
sono solo lontani ed esotici ma allo stesso
tempo vicini e in qualche modo famigliari.
Su questi elementi si articola il richiamo
all’autenticità della cucina
italiana in Gran Bretagna. In molte pubblicità
di prodotti italiani, per esempio, si ritrova
un costante richiamo alla realtà
del nostro paese sotto forma della riproposizione
di una storia ancestrale e di una società
contadina cristallizzata in un passato privo
di una dimensione storica reale, fatto di
donne vestite di nero, di famiglie
allargate riunite attorno ad un tavolo
e di paesaggi
da romance.
Nell’industria del marketing il mito
si rappresenta attraverso la tecnica del
product country effect [68] come
la logica per cui si pone l’accento
sul legame culturale e simbolico che intercorre
fra il prodotto e la nazione da cui questo
proviene. Una delle funzioni ideologiche
della pubblicità è proprio
la promozione delle differenze culturali
e senza dubbio la nazionalità offre
delle basi molto solide sulle quali costruire
queste differenze. La nazione dunque è in grado di
costruire un’intelaiatura di senso
talmente forte attorno ad un oggetto culturale,
il cibo nel nostro caso, da diventare una
vera e propria marca. La marca si costituisce
come un insieme di dimensioni e significati
interrelati, crea le dimensioni di spazio,
di tempo e di comunità del prodotto
ed è un mezzo di scambio di importanza
fondamentale nell’economia globale [69].
Come ha mostrato Ferarresi la marca nazione
è molto più complessa e molto
meno coerente della marca e «solo
vedendo la nazione da una certa distanza,
o da una certa profondità, è
possibile cercare di coglierne le concordanze
e il profilo di una proposta di identità».
Tale profilo si avvale di «alcuni
tratti distintivi, tra cui anche gli stereotipi
e i luoghi comuni» [70].
Senza dubbio in Italia le differenze che
corrono tra le diverse realtà regionali
sono molto significative e vista da vicino
la struttura armonica dei valori nazionali
sembra frammentarsi nelle specificità
locali. Vista da una certa distanza invece
l’Italia intera si riduce a determinati
valori, o addirittura scade in stereotipi,
e di tutta la straordinaria complessità
e differenza di un paese si ricava solamente
una somma di quelle che Flaubert chiamava
les idees reques [71].
La «deprivazione della storia»,
altra figura identificata da Barthes, assume
dunque un ruolo di rilievo nelle rappresentazioni
dell’Italia nelle pubblicità.
Nel descrivere una recente campagna pubblicitaria
di una catena
di ristoranti italiani negli Stati Uniti
[72], Girardelli osserva come l’intero sistema di significati
e associazioni sia fortemente stereotipato.
L’Italia viene dipinta come
un luogo abitato da famiglie allargate,
un paese congelato in una realtà
rurale e preindustriale dove i frutti della
terra sono raccolti a mano e direttamente
consegnati al più vicino mercato [73].
Questo immaginario ovviamente
non tiene conto della realtà dell’Italia
contemporanea, quella di un paese altamente
industrializzato e con un tasso di natalità
fra i più bassi al mondo. Un’analisi approfondita delle pubblicità
di prodotti alimentari italiani in Gran
Bretagna può essere dunque di grande
aiuto per ricavare alcune interessanti indicazioni
sulla percezione dell’italianità
all’estero [74]. Sicuramente l’utilizzo
dello stereotipo sulla nazione in un mercato
estero può venire interpretato come
misura della distanza culturale della nazione
rispetto ai valori del palcoscenico della
globalizzazione. Il fatto che nelle pubblicità
di prodotti italiani (o promossi come italiani),
le rappresentazioni dell’italianità
siano spesso altamente stereotipate farebbe
pensare che, almeno sul piano culturale,
l’Italia contemporanea non sia perfettamente
sintonizzata su valori sovranazionali e
quindi globali. Le marche italiane, o le
marche straniere che vengono costruite simbolicamente
come italiane, tendono a costruire dei messaggi
fortemente stereotipati piuttosto che costruire
dei discorsi propri e quindi sovranazionali.
Il nostro paese visto attraverso una parte
importante della sua cultura quale à
la sua cucina continua ad essere collegato
ad alcune immagini ricorrenti del passato
e ad alcuni valori (la famiglia, il paese
romantico e pittoresco) che lo situano in
una dimensione idealizzata e quindi privata
della storia. Tutto ciò sembra evidente
nel campo della cucina così come
in altri campi culturali quali il mondo
dello spettacolo. Si pensi ad esempio al
fatto che la maggioranza dei film italiani
che raggiungono i mercati esteri raccontino
molto più spesso il passato piuttosto
che il presente. L’Italia di oggi
arriva all’estero con molta più
difficoltà.
Questo articolo
si cita: D. Tricarico, Cucine
nazionali a confronto. I percorsi della
cucina italiana in Gran Bretagna,
«Storicamente», 3 (2007),
http://www.storicamente.org/03tricarico.htm
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